La casa è bella, luminosa. “Allora lo stiamo facendo davvero, ci siamo, è deciso”, penso. Mia moglie aspetta una telefonata. Se l’appartamento va bene, verrà anche lei a vederlo con Lucia. Due anni sono tanti. Anche se l’ho scelto io, se lo abbiamo scelto insieme. Due anni sospesi lungo la linea dell’alta velocità tra la redazione di viale Restelli a Milano e casa mia, a Roma. Mi torna in mente una vecchia canzone: “Arlecchino è lì sospeso, ma il filo sotto i piedi non ce l’ha / E anche questo in fondo è libertà“. Noi de Ilfattoquotidiano.it siamo come il personaggio che cammina su una corda immaginaria tesa tra due palazzi che de Gregori cantava da ragazzo. Sotto, non abbiamo la rete di sicurezza dei finanziamenti pubblici, il giornale e il sito si reggono sulle vendite in edicola e sulla pubblicità. Cioè sul nostro lavoro. Una scelta, anzi la scelta che ci consente di non dover rendere conto a nessuno, se non ai lettori. Affacciato alla finestra che dà sui Navigli del soggiorno di quella che forse diventerà casa mia, condenso le suggestioni in un unico pensiero: se per due anni mia moglie e mia figlia mi hanno aspettato a Roma tutti i fine settimana in cui non ero di turno in redazione, è per questo. Perché ho scelto di fare il giornalista con libertà.

“Anche negli altri giornali ci sono colleghi che riescono a trovare il modo di fare il loro mestiere. E farlo bene”, mi aveva detto un a volta Peter Gomez prima che gli chiedessi di lavorare per lui. Mi sarebbe davvero piaciuto credergli, ma a me il lavoro raccontava una realtà diversa. Nel giugno 2009 Poste italiane mandava al macero posta perfettamente recapitabile (lettere personali, comunicazioni bancarie, bollette, quotidiani) che si accumulava nel Centro di Meccanizzazione postale del Tiburtino perché l’azienda non assumeva portalettere che la portassero a destinazione. Ogni giorno quintali e quintali di posta distrutta. Faccio un reportage, il giornale nel quale lavoravo allora lo pubblica. Scoppia il finimondo: Massimo Sarmi, allora ad di Poste, chiama il mio editore (rammentandogli probabilmente i contratti pubblicitari già firmati), il quale chiama il mio direttore (cui voglio ancora molto bene), che a sua volta prende tutto il materiale su cui avevo lavorato e va a spiegarle cosa avevamo fatto e perché. La risposta era semplice: il nostro lavoro è dare le notizie e la notizia era che Poste non faceva il suo lavoro, non garantiva un servizio pagato dai cittadini. Anche l’editore la pensa così, ma solo a parole, così passo il successivo anno e mezzo a impastare agenzie e non scrivo più una riga mia.

Nei grandi gruppi funziona così, faccio inutile opera di autoconvincimento, c’è poco da fare. Quando però la mattina sfoglio le pagine de Il Fatto e leggo quelle del sito web avverto un’aria diversa. E’ dovuta alla scelta, presa in nuce da chi questo giornale lo ha fondato, di non avere un padrone che dica cosa scrivere e cosa no. Quell’aria ho cominciato a respirarla anch’io dopo aver chiesto al direttore la possibilità di collaborare (“Pronto Peter, sono Marco Pasciuti, ci siamo conosciuti qualche anno fa ad una conferenza”. “Ciao Marco, non mi ricordo. Ma dimmi tutto“. Era iniziata così. Negli anni successivi per sfizio ho più volte pensato di chiamare altri direttori tanto per vedere, cronometro alla mano, in quanti decimi di secondo mi avrebbero cordialmente chiuso il telefono in faccia). Ed è la medesima aria che respira anche l’ultimo dei collaboratori.

E’ il 24 aprile del 2013 e a Dacca, capitale del Bangladesh, si sbriciola il Rana Plaza, un palazzone fatiscente di otto piani pieno zeppo di laboratori tessili. Oltre 1.100 operai restano sotto le macerie: lavoravano in assenza delle più elementari condizioni di sicurezza. Il giorno dopo mi chiamano dalla Clean Clothes Campaign, rete internazionale di organizzazioni che lottano per i diritti dei lavoratori del tessile: “Associated Press ci ha inviato fotografie scattate da un loro reporter che provano che Benetton acquista a due lire in quelle fabbriche i capi che poi rivende in tutto il mondo. Pubblichereste la notizia?”. “Ma certo, mandamele”, rispondo. Poi mi fermo un attimo: “Benetton è un colosso che fattura miliardi – penso – figuriamoci se il sito si mette a pubblicare una cosa del genere, proposta per di più da un collaboratore, mettendo a rischio eventuali contratti pubblicitari”. Invece “ok, verifica tutto con calma e scrivi”, mi rispondono dalla redazione. Noi demmo la notizia. I grandi giornali? Non pervenuti. Qualche mese dopo arrivo in redazione con un contratto di sostituzione. Due anni più tardi, il tempo indeterminato. E la mia famiglia mi raggiunge a Milano.

Nel mezzo, lavoro, tanto lavoro. E conferme. Non sono bravo nelle previsioni, di solito pecco per difetto di ottimismo. E’ accaduto anche a ottobre. Ignazio Marino era considerato da Pd, opposizione e stampa tutta il colpevole di tutti i mali di Roma ab urbe condita. Il 28 settembre Papa Francesco gli aveva dato il benservito (“Io non ho invitato Marino a Philadelphia, chiaro?”), ma la mattanza ad personam era cominciata da un pezzo. Poi, dopo le opacità e le contraddizioni inanellate spese sui 12.700 euro spesi con la carta di credito del Campidoglio, il sindaco era diventato indifendibile anche per Ilfattoquotidiano.it “Peter, ok – faccio al direttore senza sperarci troppo – Marino ha speso questi soldi e non è riuscito a giustificarli. Però vogliamo dirlo che il Pd lo ha fatto fuori perché è andato a toccare tutta una serie di interessi, piccoli e grandi, ha provato a rompere diverse incrostazioni di potere a tutti i livelli?”. “Sì, facciamo un pezzo”, risponde lui senza pensarci un attimo. Una nuova lezione di giornalismo. Lo scrissi: “Politici, imprenditori, travet, Vaticano: gli equilibri romani toccati da Marino. Ecco i ‘nemici’ che lo hanno portato alla caduta“. Fu una liberazione, lo feci innanzitutto per me, perché non volevo partecipare alla pubblica flagellazione di un politico ingenuo e pieno di difetti, ma che aveva davvero creduto di poter fare un po’ di pulizia nella sguaiata mangiatoia capitolina. Lo scrissi nonostante la linea del giornale fosse un’altra. Nulla di straordinario, si chiama libertà.

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