Vania non ce l’ha fatta. Vittima della violenza dell’ex, è stata uccisa come decine di donne che prima di lei (dall’inizio dell’anno più di 60) avevano lasciato un uomo. I casi di aggressione col fuoco stanno aumentando, sei in pochi mesi, forse per emulazione o forse per un bisogno maschile di dominio che si è fatto più feroce e reagisce a un inaccettabile vuoto di  potere. Uccidere e ferire non basta più. Una donna che chiude una relazione deve essere disintegrata e la sua identità  cancellata oltre la morte.

Nell’irriconoscibilità del volto e del corpo si privano persino le persone care, dell’ultimo sguardo su un volto e un corpo conosciuti. Quando non sopraggiunge la morte, la vittima porta in maniera irreversibile il marchio dell’aggressore. Ci sono alcuni psicoterapeuti che in questi giorni fanno analisi interessanti sul narcisismo “malvagio”, sulla oggettivazione dell'”altro”, sulla “relazionalità unidirezionale”, ma formulano analisi parziali che non sciolgono il nodo del problema. La lettura di questi esperti spesso è neutra e si limita alla descrizione di patologie individuali senza specificare che sono violenze commesse da uomini mossi dall’odio per le donne che si sottraggono alle loro aspettative, desideri o bisogni.  Il problema non riguarda solo i violenti che compiono il “lavoro sporco” imponendo con atti estremi, crudeli e sadici, una disparità di potere che viene perpetuata collettivamente con azioni, pensieri e parole apparentemente innocue e banali, ma portatrici di una tossicità difficilmente svelata dalla coscienza. Non è occupandoci solo degli uomini violenti o delle loro vittime che fermeremo i femminicidi ma ripensando le relazioni, trovando antidoti contro le parole tossiche, le immagini violente, i modelli di virilità e femminilità caricaturali e negativi che sono stati imposti alle nuove generazioni e che si sono rafforzati nell’assenza (o forse nella subdola intenzionalità?) di politiche e occupandoci una volta per tutte del potere.

Trent’anni fa sognavamo una società di donne libere da discriminazioni e violenze, ma la progettualità ha lasciato spazio alle celebrazioni stanche del 25 novembre o dell’8 marzo, ai soliti interventi securitari, alle promesse di galera a vita per stupratori e assassini per tacitare la pancia della gente.

Ogni volta si ripetono le stesse frasi: “Donne dovete denunciare” e “Sblocchiamo i fondi per i centri antiviolenza”. Si va avanti con spot pubblicitari di partiti e di governo mentre i fondi ai centri non arrivano o sono addirittura tagliati, come è accaduto recentemente in Sardegna. Luisanna Porcu, direttrice di Onda Rosa di Nuoro, denuncia da settimane le difficoltà dei centri antiviolenza sardi a rischio di chiusura ed è stata costretta a battersi come una leonessa per ottenere l’erogazione dei fondi dalla Regione, mentre le donne di Roma, Pisa, Palermo devono ancora lottare per non far chiudere servizi essenziali per le donne.

Si parla dell’importanza della prevenzione nelle scuole ma l’integralismo cattolico ostacola i progetti contro gli stereotipi e i pregiudizi di genere che alimentano discriminazioni. Nei Paesi islamici che consideriamo più arretrati di noi, come il Marocco, si varano progetti nelle scuole contro stereotipi sessisti mentre il papa al raduno dei vescovi polacchi, spende parole contro la colonizzazione ideologica del gender, amplificando con tesi complottiste, le paure e l’oscurantismo di parte del mondo cattolico.

Dopo l’indignazione che segue ogni femminicidio, non ci sono le azioni che si attendono da anni: la formazione delle forze dell’ordine e dei magistrati che spesso non riconoscono la violenza o la confondono col conflitto o con scaramucce coniugali; l’adeguamento del linguaggio dei media perché sia privo di sessismo e corretto nel raccontare la violenza; la protezione delle donne in Case rifugio che sono ancora in numero insufficiente; il rafforzamento delle reti inter-istituzionali e l’attuazione di progetti che  rafforzino l’autonomia, l’indipendenza economica delle donne. Ma è più semplice spedire i camper in qualche città, un sabato sì e uno no, per gettare fumo negli occhi, incitando le donne a denunciare senza occuparsi del post denuncia.

Dopo tutti i proclami e la solita agitazione sul web, Maria Elena Boschi, ministra per le Riforme costituzionali con delega alla Pari opportunità (Renzi ha mollato a giugno finalmente la delega dopo aver congelato il  dipartimento per ben tre anni! ) ha convocato, l’8 settembre, la cabina di regia del Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere, fortemente criticato dalla rete D.i.Re dei centri antiviolenza. L’appuntamento è tra più di un mese, ci sono agosto e ferragosto, ora i politici vanno in vacanza. La violenza contro le donne, no.

@nadiesdaa