A quella riunione c’è un bell’uomo, sui 35 anni, aria distinta e occhiali griffati. Parla con accento anglosassone intercalando espressioni dialettali del sud e il suo ruolo è quello di “camera di passaggio della ‘ndrangheta e di cosa nostra a Milano“. È il 29 settembre 1991 e al santuario della Madonna di Polsi, comune di San Luca, si sta svolgendo l’annuale vertice della mafia calabrese allargato a boss siciliani, della sacra corona unita e a ospiti che arrivano da Stati Uniti e Australia.

I temi sono importanti perché è necessario porre fine alla guerra di ‘ndrangheta tra i De Stefano-Tegano-Libri e gli Imerti-Condello-Serraino. E non per una semplice opera di normalizzazione, ma perché in ballo c’è qualcosa di più importante, la destabilizzazione del sistema politico, all’epoca vigente, attraverso attività stragistiche.

L’ordinanza Mammasantissima, quella fa emergere i rapporti tra la criminalità organizzata e la politica locale fino a quella europea, contiene anche altre storie che scavano negli ultimi quarant’anni passando per la latitanza di Franco Freda in Calabria ai tempi del processo di Catanzaro per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Ma anche attraverso il ruolo di Licio Gelli nelle leghe del sud degli anni Novanta già raccontato in inchieste come la palermitana Sistemi criminali.

Così, alla vigilia della stagione stragista del 1992-1993, ecco che si legge di un summit che, in parallelo a quanto avviene in Sicilia, si tiene in Calabria con obiettivi molto simili a quelli perseguiti sull’isola. A Polsi, infatti, si discute di “sconvolgimenti” (non meglio specificati) che avrebbero riguardato l’Italia.

All’interno del santuario non si forniscono dettagli, si stabiliscono indirizzi di massima che poi devono essere trasformati in strategia da gruppi più ristretti. Ma, a leggere le oltre 2.200 pagine firmate dal gip di Reggio Calabria Domenico Santoro, a inizio anni Novanta “i siciliani delle famiglie americane tenevano molto [alla pacificazione in Calabria] per poter realizzare un progetto politico” che portasse alla “costituzione di un movimento politico di cosa nostra definito ‘partito degli amici‘”.

Nella sostanza, qui come in Sicilia emerge la volontà di abbandonare “i vecchi politici collusi, che non garantivano più gli interessi mafiosi, facendo ricorso a uomini nuovi per formare un partito da portare al successo elettorale attraverso una campagna terroristica”. Due le fasi di questa campagna. La prima prevedeva l’eliminazione di “alcuni esponenti dello Stato, perché impedivano alla mafia di incrementare il proprio potere“. Nella seconda si sarebbe passati al momento cruciale.

A questo punto, infatti, occorreva “destabilizzare, mediante la strategia del terrore, ‘il vecchio potere esistente'”. Secondo le dichiarazioni del collaboratore reggino Pasquale Nucera rese fin dal 28 luglio 1995 ai magistrati Pier Luigi Vigna e Luca Tescaroli, la convergenza su questo progetto di realtà eterogenee sarebbe avvenuta attraverso il controllo della struttura di vertice della Santa. Come? Inserendo, su indicazione di Licio Gelli, i suoi componenti in strutture massoniche deviate.

E poi occorrevano personaggi, “colletti bianchi“, che garantissero gli indispensabili collegamenti internazionali. Come il trentacinquenne dall’accento anglosassone identificato dalla procura di Palermo in Giovanni Di Stefano che portava in dote legami più che rodati nei Balcani. Amico del leader Slobodan Milosevic, coltivava rapporti confidenziali anche con Zeljko Razjatovic, il criminale di guerra meglio conosciuto come il comandante Arkan.

Prima di essere ucciso il 15 gennaio 2000 in un agguato all’Intercontinental Hotel di Belgrado, Arkan era ricercato in un bel pezzo d’Europa, dall’Olanda alla Svezia, e poi si aggiunsero le accuse di genocidio in Croazia. Di quest’amicizia, e del conseguente rapporto di stretta collaborazione, ha parlato anche un ex ufficiale dei servizi di sicurezza della ex Jugoslavia, Rade Cukic, divenuto poi collaboratore di giustizia in un’inchiesta della procura di Napoli su un traffico d’armi e di droga.

In base a quanto gli disse un uomo di fiducia di Arkan, intorno al 1994 il comandante serbo avrebbe fornito alla mafia siciliana “un cospicuo quantitativo di armi pesanti (in particolare, lanciamissili terra-aria portatili – che dovevano servire per abbattere elicotteri – kalashnikov e altro)”. Inoltre, aggiungeva, Arkan “aveva finanziato un movimento politico italiano denominato ‘Lega Sud‘”.

Ma tornando a Di Stefano, “personaggio molto importante che gestisce il traffico di scorie radioattive e la fornitura di armi militari a Paesi sottoposti a embargo, principalmente la Libia“, a quella riunione di Polsi il trentacinquenne con gli occhiali di marca insistette su un punto in particolare: “Appoggiare il nuovo ‘partito degli uomini‘ che doveva sostituire la Dc” perché questo “partito non garantiva gli appoggi e le protezioni del passato“.