Gli “animali da compagnia” diventano “animali da terapia”. Accade questo, negli incontri di Pet Therapy organizzati nella sezione psichiatrica femminile del Carcere San Vittore di Milano. Si tratta del primo progetto sperimentale che recepisce formalmente, in un polo specializzato per detenuti con problemi psichici, le “Linee guida nazionali per gli interventi assistiti con gli animali (IAA)” approvate lo scorso 25 Marzo dal ministero della Salute. Il progetto corona un combattuto percorso nazionale durato sei anni, a cui tutte le Regioni e le Province dovranno allinearsi entro il 2018.

Ne esce potenziata la collaborazione fra medicina umana e veterinaria, ma anche il valore terapeutico dell’animale domestico (cane, gatto, coniglio, cavallo e asino), all’interno di istituzioni in cui l’individuo deve imparare ad adattarsi. E a gestire la propria emotività. Ampio il campo di applicazione: ospedali, supporto a portatori di handicap e a persone con disturbi della sfera fisica, neuromotoria, mentale e psichica, case di riposo, hospice per malati terminali. Ma anche carceri e case circondariali.

“L’iniziativa in corso nella sezione femminile di San Vittore segue un progetto pilota già concluso nella sezione psichiatrica maschile: ma è più difficile. Le detenute psichiatriche hanno maggiori difficoltà di integrazione e aggregazione, fra loro c’è più competizione. Ma a due mesi dall’inizio dei lavori notiamo già i primi risultati positivi”. A raccontarlo è Arianna Besozzi, coadiutore animale e membro di gruppo multidisiciplinare coordinato dall’associazione MAITH Onlus, in collaborazione col personale di San Vittore. Veterinari, psichiatri, educatori, personale specializzato. Più due professionisti d’eccezione: il cane Charlie e il coniglietto Spike, a cui si apriranno le porte del carcere una volta la settimana. Un piano semestrale, che terminerà ad ottobre 2016. Lo studio dei risultati scientifici è in corso, ma alcuni dati di fatto sono già validati.

“L’animale ha un potere catartico e la Pet Therapy si avvale di un protocollo scientifico basato su alcune evidenze – spiega la dottoressa Radaelli, psichiatra di San Vittore. “Si apprende un modello di comunicazione emozionale, specie a livello non verbale. Attraverso il comportamento dell’animale le pazienti imparano a prevedere le conseguenze delle loro azioni, che è uno dei loro problemi più seri. Si tratta infatti di persone fragili, che non riescono a mettere in prospettiva gli effetti dei loro comportamenti: sia a livello giuridico, che relazionale. Inoltre, ci si accosta a un modello di accudimento e di cura, di cui le pazienti notano velocemente i risultati. È in parte una scuola di riconciliazione con l’affettività, ma anche con l’autostima”.

La sezione psichiatrica femminile di San Vittore ospita ottanta donne, e la Pet Therapy è stata suggerita a quelle che più delle altre manifestano problemi di adattamento. Delle otto detenute coinvolte, la metà sono mamme. Tutte hanno una diagnosi psichiatrica attiva: il 30% di loro soffre di psicosi, le restanti manifestano disturbi di personalità borderline con tendenze depressive. Di alcune si leggono sui polsi e sulle braccia i vissuti e le difficoltà. Ma man mano che passano i minuti, nel giardino di San Vittore si prende confidenza con una nuova normalità: lenta, paziente, graduale. Già dopo un’ora di terapia le detenute più diffidenti si avvicinano, iniziano a parlare. Si accendono gli sguardi e spuntano i sorrisi. Modulano il tono della voce, gestiscono meglio le loro paure e insicurezze. Accarezzano Spike, lo spazzolano, gli offrono mirtilli e margherite che, come osserva la giovane Rebecca, “piacciono a te come a me piacciono le caramelle”. L’animale accoglie volentieri, con un grande vantaggio sull’umano: entra in relazione senza giudicare. Angela sembra ruvida e un po’ distante, perché sta scrivendo un diario. Lo mostra con una punta di fierezza: “Oggi è tornato Spike, il mio batuffolo: è un coniglietto, ma sembra un bambino”. Regole permettendo, c’è spazio anche per un po’ di vanità: “Me la fai una foto in cui vengo bene? Così faccio un quadretto e lo metto nella cella”. Alcune volano con la fantasia. Rosa è la più espansiva del gruppo: “Secondo voi come sarebbe mettere a Spike un vestitino da supereroe? Io lo farei verde e giallo. Con dei buchini per le orecchie: quelle le lasciamo cadere naturali”.

La Pet Therapy è anche un’occasione per rielaborare il vissuto, raccontare di sé. Serve a smaltire i ricordi, anche i più duri, quelli che fanno molto male. “Anch’io avevo un coniglio – confida Elisa, 47 anni, che ha conosciuto l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario. “Lo portai dalla Germania nascondendolo nel cappuccio del giubbotto. È stato con me per un anno, poi lo affidai a mia nonna perché dovevo andare via. Quando tornai, mi dissero che non c’era più. Me lo fecero trovare scuoiato”. Le compagne la ascoltano, e sembrano capire. “Se viene Spike io sono contenta – si rianima Elisa. “Io qui dentro sono venuta tante volte, e questa terapia non l’avevo mai vista. Mi fa sentire meglio con la testa”.

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