“Dai, dai, che è tardi. Sbrigati, guarda che ti lascio qui. Oggi vai tu, no vado io. Senti non riesco a uscire in tempo, chi può passare a prenderli? Partiamo, le hai allacciate le cinture? Faccio tardi, sto in ritardo, chi lo accompagna?”.

Cosa succede nella testa di un genitore quando nell’andare a lavoro accompagna magari il primo figlio a scuola, ma poi dimentica il più piccolo in macchina, addormentato nel suo seggiolone, e quella macchina diventa per lui una trappola mortale? Succede che non si ricorda di avere un bambino con sé. Succede che si dimentica di lasciare il figlio da qualche parte e prosegue la giornata come se lo avesse fatto. Si chiama, in gergo tecnico, “amnesia dissociativa” e negli Stati Uniti provoca mediamente decine di morti all’anno, tutti bimbi di genitori “normali”.

Accade ogni estate, l’ultima vittima una bimba di 18 mesi, morta per essere stata dimenticata dalla mamma in auto a Livorno.

E allora leggi post e commenti, articoli e considerazioni. E nessuno ci sta ad accettare che questo accada a un genitore che ama i propri figli. Nessuno ci sta ad accettare che in quella trappola l’abbia dimenticato proprio una mamma o un papà. Ed è normale, perché significherebbe accettare che l’abominio esiste anche nella mente di un genitore, significherebbe accettare che siamo tutti possibilmente a rischio. E questo ci fa paura, ci rende insicuri e incontrollabili.

E allora ci si domanda quanto bene avrà rivolto quel genitore a quel bambino, nel tentativo di commisurare il suo bene col tuo, quanta considerazione avrà ricoperto nella sua vita, a che posto stava, prima o dopo il lavoro? Ci costruiamo scale per non cadere, nel tentativo di dire che sì, il nostro bene, la nostra attenzione, saranno sicuramente di più, e quindi a noi non può succedere. E invece sbagliamo, ed è questo che nelle storie di bimbi dimenticati in auto ci fa più paura, la consapevolezza taciuta che potrebbe accadere a tutti. C’è un timore nascosto che ci tormenta in testa ogni volta che questo accade, un timore inaccettabile per noi che amiamo così tanto i nostri figli.

Allora tutti a domandarsi quanto sarà stata stressata la vita di quel genitori, lui incapace di fermarsi, di stare in contatto con se stesso e con i propri figli, quando invece a volta basta un piccolo cambio di routine, quella routine su cui noi genitori programmiamo minuziosamente tutta la nostra giornata. Come nel caso di Livorno, la mamma di solito portava prima la piccola al nido e poi l’altra al centro estivo. Un cambiamento, quel giorno, ed ecco la convinzione di averla già accompagnata. E allora è vero che la nostra vita merita una decelerata e che spesso siamo genitori sconnessi, ma lo siamo tutti, soprattutto quando i bimbi dormono, magari in macchina, mentre facciamo la conta delle cose fatte o da fare.

Non mi sento di giudicare la mamma di Livorno, come nessun altro. Ci sono stati genitori, in passato, che hanno lasciato i figli in macchina deliberatamente, per fare shopping in un centro commerciale. E questo dovrebbe essere anche più difficile da accettare, ma crea paradossalmente meno giudizio, perché è un’azione scellerata ma deliberata e quindi crea meno paura. In questo caso, invece, è stata una dimenticanza, un’amnesia involontaria e quindi incontrollabile. No, non mi sento di giudicare la mamma di Livorno, né ogni altro di questi genitori, che al dolore per la perdita del figlio e al peso per i sensi di colpa, dovranno anche subire il discredito di una parte della società, che li considera irresponsabili perché capaci di dimenticare un bambino in macchina.