Enterococchi intestinali ed Escherichia coli. Anche quest’estate la qualità delle acque in cui faremo il bagno sarà valutata solo in base alla concentrazione di questi due batteri fecali, senza considerare l’inquinamento chimico del mare e delle spiagge. A stabilirlo d’altra parte è una norma europea del 2006, la direttiva sulle acque di balneazione: così succede che nel nostro Paese più del 90 per cento dei siti vanti una qualità eccellente, che però concretamente si traduce solo in una bassa concentrazione di questi due microrganismi. “L’Organizzazione mondiale della sanità ha esaminato molti studi epidemiologici, da cui è emerso che nella balneazione di solito i rischi maggiori sono legati alla contaminazione microbiologica”, spiega Enzo Funari, responsabile per la qualità degli ambienti acquatici e delle acque di balneazione dell’Istituto superiore di sanità. Per questo la direttiva comunitaria, che ha sostanzialmente accolto le linee guida Oms del 2003, prevede test focalizzati su questi due parametri. Microrganismi che, aggiunge Margherita Ferrante, docente dell’università di Catania e responsabile del gruppo Salute e ambiente della Società italiana di Igiene, possono “essere l’indice della possibile presenza di patogeni pericolosi per l’uomo”, come salmonella o virus causa di gastroenteriti.

I test effettuati dalle diverse Agenzie regionali per l’ambiente in base alle regole Ue permettono quindi di scongiurare infiammazioni gastrointestinali, ma poco ci dicono su quei contaminanti chimici che, come dice l’epidemiologo dell’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro di Genova Valerio Gennaro, “pur non causando problematiche immediate, andrebbero monitorati”. Per contro la normativa dice che i parametri chimici non vanno considerati per decretare la balneabilità e la qualità dell’acqua balneabile. “L’acqua balneabile – spiegano i tecnici della commissione Acque dell’Arpa Toscana – è un’acqua pulita in termini microbiologici, libera cioè da contaminazione fecale. La balneabilità non ha niente a che vedere con l’inquinamento chimico-fisico o con la pulizia della sabbia”. Così, niente verifiche.

Situazioni surreali
spiagge biancheE così, non è raro che ci si trovi di fronte a situazioni come quella di Rosignano Solvay, in provincia di Livorno, sede dal 1912 del primo stabilimento italiano della multinazionale chimica che ha dato metà nome al paese. Qui, alla foce del fosso del Lillatro, vige il divieto di balneazione permanente per motivi igienico-sanitari. Fare il bagno lì non si può per gli scarichi industriali inquinanti che dal canale finiscono in mare, ma basta spostarsi poche decine di metri per trovare acqua dichiarata ufficialmente di qualità eccellente. Le Spiagge Bianche, ribattezzate anche “la Miami dei poveri” perché al posto delle palme ci sono le ciminiere e la sabbia è candida per il carbonato di calcio scaricato da un secolo dalla sodiera più grande d’Europa. Com’è possibile che le acque che bagnano quelle spiagge possono fregiarsi di un certificato di elevata qualità? “Una contraddizione inaccettabile“, ammette Funari, esemplificativa delle situazioni assurde a cui si può arrivare in certe aree di balneazione con l’attuale sistema di test.

Quale eccellenza?
“Nella zona delle Spiagge Bianche di Rosignano ci sono così tante sostanze inquinanti da uccidere anche i batteri fecali. Per questo la qualità dell’acqua poi risulta eccellente”, scherza con amarezza un dirigente dell’Arpa Toscana. In un report realizzato dall’agenzia nel 2014 proprio sulla “qualità delle acque marino costiere spiagge bianche solvayprospicienti lo scarico Solvay di Rosignano, gli esperti individuano “l’area di influenza dello scarico nella zona a nord ovest, fino a Quercianella” (località a sud di Livorno), per un tratto di circa 10 chilometri dove l’acqua è tutta certificata di qualità eccellente. Mentre lo stato chimico di quel mare è considerato dalla stessa Arpat “non buono”, per via del “superamento (nelle acque) dei limiti previsti per il mercurio e il tributilstagno, nel punto di monitoraggio di Rosignano. Il tributilstagno non sembra collegato alla presenza dello scarico dello stabilimento, ma il mercurio, rilevato anche in quasi tutti gli altri corpi idrici marino costieri della Toscana, è stato sicuramente influenzato, in maniera determinante, dal contributo antropico dovuto alla presenza dello stabilimento Solvay”. Un altro studio dell’Agenzia per l’ambiente toscana parla di “ripetuti superamenti” nelle acque di scarico dei parametri di ferro, alluminio e manganese.

Così il giudizio di eccellenza rimane sulla carta, visto che, spiega Margherita Ferrante, “concentrazioni oltre i limiti di legge nelle acque e nei sedimenti di composti tossici come i metalli pesanti come mercurio, cromo, piombo, arsenico, nichel e tribultilstagno possono arrecare danni agli organismi marini e all’uomo. In particolare il mercurio”. Come se non bastasse, a dimostrare che i test per valutare la qualità delle acque dovrebbero essere rivisti e ampliati a un più alto numero di parametri, come ha chiesto anche Funari alla Commissione europea, c’è lo stato della prateria di posidonia oceanica, considerata dagli studiosi un buon indicatore di qualità dell’ecosistema. Nella zona della costa di Rosignano, per esempio, la prateria “ha subito nel tempo una regressione verso il largo del proprio limite superiore, causata dall’elevato apporto di sedimenti presenti nello scarico”.

Tutelare la salute pubblica
La normativa Ue è la causa di queste distorsioni, ma non può diventare una scusa. Dice Funari: “Ci sono molti aspetti che assumono rilevanza in casi e luoghi specifici, dalle meduse ai cianobatteri, dalla presenza di alghe tossiche e insetti all’alta concentrazione di contaminanti chimici. Se anche la direttiva europea al momento non li prende in considerazione per la classificazione delle acque, ciò non toglie che le autorità locali non debbano monitorarle. La normativa comunitaria non contempla i contaminanti chimici, ma dà alle autorità locali il compito di tutelare la salute pubblica“.