“Pentito” e scarcerato. Si definiva “un musulmano misericordioso, non un estremista”. Diceva di “volersi riprendere la sua vita e sposarsi”. Diceva. Perché in realtà le sue intenzioni erano altre. E martedì 26 luglio le ha realizzate in nome dell’Isis, con tutta la sua ferocia. E’ entrato con un complice (identificato e già schedato come lui dalle forze dell’ordine) in una chiesa di un piccolo paese della Normandia, ha preso in ostaggio chi si trovava all’interno e ha sgozzato il prete prima di essere “neutralizzato” dalle teste di cuoio. Ma davanti ai magistrati che avevano avviato un’’inchiesta sulla personalità’ per decidere se poteva ottenere la libertà vigilata, il 19enne Adel Kermiche si descriveva come un pacifico fedele. Con un passato pericoloso alle spalle, certo. Ma pronto a redimersi. La giudice gli crede: “Si è reso conto dei suoi errori”. Libertà vigilata concessa. I familiari e gli amici lo ascoltano per quattro mesi mentre ripete come un mantra il suo desiderio di voler colpire una chiesa. Forse non gli credono, visto che Kermiche è sempre stato considerato un “sempliciotto”. Fino a quando non assistono all’orrore nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray.

A raccontare il percorso giudiziario del terrorista è Le Monde – ripreso dall’Adnkronos – che ha avuto accesso al carteggio tra i giudici istruttori responsabili del caso e la procura antiterrorismo di Parigi, contraria al suo rilascio dal carcere dove era stato rinchiuso per aver tentato due volte di raggiungere la Siria per unirsi al jihad, accusato di associazione a delinquere finalizzata ad un’impresa terroristica. Kermiche era uscito dal carcere il 18 marzo scorso, dopo dieci mesi di detenzione provvisoria, estradato da Ginevra, dopo essere stato arrestato all’aeroporto mentre cercava di imbarcarsi per la Turchia.

Una volta in carcere, ricostruisce il quotidiano francese, era stata ordinata dal giudice istruttore un’’inchiesta sulla personalità‘, iniziata nell’ottobre del 2015 e conclusasi a febbraio, inchiesta che rivela ‘un percorso caotico‘ del giovane, più volte ricoverato per problemi psicologici. Nei colloqui con il personale incaricato del dossier, Kermiche parla dei suoi progetti professionali, dice di voler diventare assistente medico-psicologico, la sua famiglia sostiene che abbia la possibilità di essere assunto come animatore in un centro ricreativo comunale. “Sono un musulmano con valori ispirati alla misericordia ed alla benevolenza. Non sono un estremista”, diceva, prima di precisare che pregava due volte al giorno e che “non si svegliava” per quelle del mattino. In prigione, scrive ancora Le Monde, condivideva una cellula con un saudita ed era entrato in contatto con un giovane francese che aveva militato con l’Isis per 18 mesi. In carcere sta male e al magistrato con cui parla confessa il rammarico per i suoi propositi di recarsi in Siria: “Ho voglia di riprendermi la mia vita, di rivedere i miei amici, di sposarmi”.

La giudice che segue il suo caso, secondo il quotidiano, vuole credere al ‘pentimento’ del giovane e nell’ordinanza che stabilisce la libertà vigilata con il braccialetto elettronico sostiene che Kermiche “si è reso conto dei suoi errori“, che in carcere ha avuto “idee di suicidio” e che sarebbe “determinato a intraprendere un processo di inserimento”, con l’aiuto e “l’accompagnamento” della sua famiglia. Ancora, nel dossier si legge che i genitori “ammettono di preferire il figlio in prigione e vivo piuttosto che libero e in fuga verso la Siria: se accettano di accoglierlo è perché pensano sinceramente che abbia capito di essersi sbagliato e che non tenterà più di partire”. Tuttavia, conclude Le Monde, la procura antiterrorismo di Parigi non è per nulla convinta di queste argomentazioni e ricorre contro l’ordinanza sulla libertà vigilata. Inutilmente. Kermiche esce di prigione il 18 marzo, con il permesso di uscire di casa dalle 8.30 alle 12.30, ore sufficienti per riportare il sangue in Francia.