Sono passati pochi giorni dal fallito colpo di Stato in Turchia. Gran parte degli ideatori e dei partecipanti al golpe sono già stati arrestati, il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha dato il via a un giro di vite tra militari, magistrati e membri del movimento legato al predicatore e oppositore politico Fethullah Gülen che ha già portato a 9 mila arresti e alla sospensione di 36 mila docenti. Su questo tentato golpe, però, rimangono ancora molti punti oscuri che hanno alimentato le teorie di complottisti e critici del governo: dalle strategie completamente sbagliate dei ribelli alle rivelazioni dell’intelligence turca, fino alla rocambolesca fuga in aereo di Erdoğan e alla mancanza di un appoggio politico per rovesciare l’esecutivo. “Alcune zone grigie di questa vicenda devono ancora venire alla luce – commenta il generale Carlo Jean, esperto di geopolitica e strategia militare – Ma occhio al complottismo: non credo che dietro al fallito putsch ci sia la mano del Presidente, come non credo che sia stato pensato e organizzato dai vertici del movimento gulenista”.

I ribelli non hanno tentato di far fuori Erdoğan: “Quello è il primo obiettivo di un colpo di Stato”
Ciò che maggiormente sorprende è come l’incolumità del Presidente della Turchia, già al governo ininterrottamente dal 2002 e quindi protagonista assoluto degli ultimi 15 anni di politica turca, non sia mai stata a rischio. Durante il tentato colpo di Stato, il leader carismatico del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) si trovava in vacanza sulle coste del Mar Egeo. I mezzi in mano alla frangia deviata dell’esercito che ha organizzato il golpe hanno attaccato il Parlamento e il nuovo Palazzo Presidenziale, residenza di Erdoğan, ma non hanno pensato che in quel momento il leader non si trovasse lì. “Questo – continua Jean – è in assoluto l’aspetto che mi lascia maggiormente perplesso. In qualsiasi colpo di Stato degno di questo nome il capo della fazione da sconfiggere è il primo obiettivo de golpisti. Anche nel 1991, durante il putsch di Agosto in Unione Sovietica, l’allora Presidente Mikhail Gorbačëv fu trattenuto contro la sua volontà in Crimea per far sì che l’azione andasse a buon fine. In questo caso, invece, Erdoğan è potuto partire tranquillamente in aereo per Istanbul e, raggiunto da alcuni caccia dell’esercito, il suo volo è stato addirittura scortato”.

Nessuna “faccia”, nessun appoggio politico, nessun ricorso alla violenza. Un golpe scarico
Altro aspetto molto importante, se non fondamentale, per far sì che un colpo di Stato abbia successo è un appoggio politico in favore dei ribelli. Nel caso turco, invece, tutte le fazioni, compreso il partito kemalista e l’opposizione curda del Hdp, oltre a molti Paesi stranieri e anche a Hizmet, il movimento gulenista, hanno preso le distanze dai golpisti ad azione ancora in corso. I militari che si sono mossi per rovesciare il potere dell’Akp erano dunque da soli. “Anche questo aspetto è decisamente curioso. Avere appoggio politico è fondamentale non solo per incontrare meno ostacoli durante l’azione, ma anche per ottenere un minimo di legittimazione in caso di vittoria. Prendiamo un esempio recente come l’Egitto. Il generale Abd al-Fattah al-Sisi, quando ha deciso di rovesciare il governo di Mohamed Morsi, lo ha fatto anche grazie al sostegno dei cristiani copti, del movimento Tamarrud, ovviamente dell’esercito e in parte anche del gruppo salafita al-Nur”.

Aspetto che, se aggiunto al fatto che il tentato colpo di Stato non è nato sotto l’immagine di un leader carismatico, aumenta i dubbi sulle effettive possibilità di successo. “Questo aspetto trasforma la vicenda in una barzelletta – continua il generale – Hanno tentato di rovesciare un governo come quello dell’Akp senza una guida carismatica, un leader che diventasse la faccia di questo golpe. Questo ha dato adito a teorie complottiste, anche se io non ci credo. Penso piuttosto che le motivazioni di questa azione mal orchestrata debbano essere cercate nel fatto che stiamo parlando di un esercito diviso al suo interno, che non si è mosso in blocco causando anche una fuga di informazioni prima dell’azione, e in una sbagliata valutazione del contesto. Si sono ispirati a quei rarissimi casi in cui la grande avversione nei confronti del gruppo al potere e il grande sostegno ai ribelli non richiede un particolare sforzo strategico-militare”.

Ma non era questo il caso. A dover cadere era un partito, quello del presidente Erdoğan, che gode della maggioranza assoluta in Parlamento e del 49% del consenso popolare. Dall’altra parte, invece, un gruppo minoritario dell’esercito senza alcun appoggio politico. “Se a questo aggiungiamo il fatto che i ribelli si erano imposti di non fare vittime civili – spiega Jean – si capisce quanto debole sia stata questa azione. Il tentativo ha provocato circa 260 morti, ma dei militari che possono usufruire di aerei da guerra, armi e mezzi pesanti potevano uccidere migliaia di persone. Invece, una volta attaccati dalla folla, si sono lasciati disarmare”.

“Nessun complottismo. Non credo che dietro al golpe ci siano Erdoğan o Gülen”
Nonostante i diversi punti oscuri dietro al tentato golpe della notte tra il 15 e il 16 luglio, Jean esclude che il vero ideatore possa essere Erdoğan, come sostenuto da alcune teorie complottiste. “Il vantaggio ottenuto dal Presidente è innegabile – dice l’esperto -, ma non credo sia stata un’azione studiata a tavolino dai vertici dell’Akp. Intorno alle 16 di venerdì i servizi segreti turchi hanno capito che un colpo di Stato poteva essere imminente. Hanno effettuato verifiche e hanno ricevuto conferme da alcuni vertici militari, così hanno avvertito il Capo dello Stato che ha potuto muoversi in tempo. Perché non hanno impedito l’azione? A quel punto Erdoğan ha capito che sventare un golpe in corso gli avrebbe permesso di dare il via alle epurazioni che stiamo vedendo in questi giorni e che da tempo stava progettando”. E sul coinvolgimento dei gulenisti: “Non credo che gli uomini di Gülen siano gli organizzatori del tentato colpo di Stato – conclude Jean -, anche se qualcuno di loro sarà sicuramente coinvolto. In quel caso, l’azione sarebbe stata organizzata in maniera diversa, senza richiedere più laicità dello Stato”.

Twitter: @GianniRosini