Il finanziamento alla politica cambia pelle: dietro i tagli spuntano nuove agevolazioni e quelle esistenti vengono ampliate. Prima i contributi arrivavano attraverso i rimborsi elettorali ai partiti (aboliti dal 2017), le risorse assegnate ai gruppi in Parlamento e nei consigli regionali e il sostegno ai media legati alle formazioni politiche. Oggi, però, esistono nuove forme che si basano su 2×1000, detassazione delle donazioni ai partiti e altre sovvenzioni. Come funziona il sistema? Basti pensare che il 2×100, già di per sé contributo pubblico, gode anche di agevolazioni fiscali, mentre sulle spese per la campagna elettorale si applica un’Iva agevolata ormai estesa a sempre più voci, dall’affitto dei locali all’acquisto di spazi pubblicitari sul web. E mentre quella dei comuni mortali è salita al 22 per cento, quella dei partiti è ferma al 4%. A due anni dalla riforma l’osservatorio civico Openpolis presenta la seconda edizione del dossier ‘Sotto il materasso’, nel quale fa il punto sui soldi pubblici che alimentano le forze politiche. Che non sono più, però, solamente i partiti che si presentano alle elezioni. Tutt’altro. “La prima cosa emersa – rileva il dossier – è che i partiti sono diventati un soggetto residuale del finanziamento pubblico”. In cifre: se dal 1994 al 2013 ricevevano rimborsi in media superiori ai 124 milioni di euro all’anno, “oggi devono accontentarsi del 2×1000 (9,6 milioni nel 2014) e delle donazioni dei privati, sostenute con importanti agevolazioni fiscali”.

PARTITI SEMPRE PIÙ MARGINALI – Diversi contributi arrivano per altre vie al mondo della politica. “Quelli verso i gruppi parlamentari e regionali – spiega il dossier – sommati valgono oltre 80 milioni di euro all’anno, mentre i media di partito ricevono circa 9 milioni”. Sono sempre meno le risorse percepite dalle formazioni e legate, per esempio, al consenso elettorale, mentre viene premiata la capacità delle forze politiche di attrarre finanziamenti privati. “Un afflusso di denaro pubblico certamente minore rispetto al passato – dicono gli analisti dell’osservatorio – ma diretto verso una pluralità di beneficiari, di cui i partiti costituiscono un attore sempre più marginale”.

I CANALI TRADIZIONALI: RIMBORSI E CONTRIBUTI – Negli ultimi quattro anni il sistema di finanziamento pubblico ai partiti è stato riformato per due volte: nel 2012 i rimborsi elettorali sono stati dimezzati (da oltre 180 milioni di euro all’anno a circa 91) e con la legge 13/2014, ultimo atto del governo Letta, sono stati aboliti del tutto. Dal 2017 le forze politiche italiane non avranno più contributi per le competizioni elettorali. Non sono stati aboliti, invece, i rimborsi per le consultazioni popolari (un euro per ogni firma raccolta se si raggiunge il quorum). Anche i comitati per i referendum costituzionali, se raccolgono le firme necessarie, possono accedere al rimborso. Automaticamente, dato che non è previsto il quorum. Nel 2013 i partiti hanno ricevuto attraverso i rimborsi oltre la metà del finanziamento pubblico tradizionale (54%). Una quota scesa al 29% nel 2014. Al contrario, i gruppi parlamentari e quelli dei consigli regionali hanno incrementato la loro quota e ricevono oggi il 64% dei rimborsi e contributi destinati alla politica. Le risorse ai gruppi regionali, però, in base alla riforma costituzionale che sarà oggetto di referendum in autunno, potrebbero essere soppresse.

I CONTRIBUTI AI GRUPPI DI CAMERA E SENATO – Vista la contrazione delle sovvenzioni dirette ai partiti, dunque, le risorse assegnate ai gruppi parlamentari bilanciano quei tagli e acquisiscono un peso sempre maggiore. Un esempio: nel 2014 i partiti hanno ricevuto 35 milioni con i rimborsi elettorali, contro i 49 incassati nello stesso anno dai gruppi parlamentari di Camera (30 milioni) e Senato (19). “I gruppi parlamentari e dei consigli regionali – si legge nel dossier – hanno ricevuto complessivamente oltre 80 milioni di euro nel 2014”. Essendo i più numerosi, i gruppi parlamentari del Partito democratico sono quelli che nel 2014 hanno goduto di più contributi (14,2 milioni alla Camera, 6,2 al Senato). Seguono quelli del Movimento 5 stelle (7 milioni di euro tra i due rami del Parlamento) e di Forza Italia con 6,6 milioni. “In attesa di capire l’esito della riforma costituzionale al voto in autunno, che prevede l’abolizione dei trasferimenti ai gruppi regionali – ricorda il dossier – ad oggi quei contributi sono diventati vitali per le forze politiche”. Anche se formalmente destinati alla sola promozione dell’attività istituzionale, i bilanci dei gruppi si fanno carico di spese di comunicazione tradizionalmente affidate ai partiti: “Oltre a questi fondi – rileva Openpolis – lo stato destina ancora 9 milioni di euro all’anno per giornali e radio di partito, in molti casi incassati da imprese in via di liquidazione”. Non va male ai gruppi del Parlamento europeo con una media di quasi 80mila euro all’anno erogati per ogni deputato: “Nel 2014 il gruppo più finanziato (quasi 20 milioni di euro) è stato quello più numeroso, il Ppe, di cui fanno parte Forza Italia, Nuovo centrodestra e Svp”. Al secondo posto il gruppo di Socialisti e democratici (15,6 milioni) che comprende la delegazione del Pd. In totale nel 2014 il Parlamento europeo ha erogato quasi 60 milioni di euro.

LE NUOVE FORME: 2×1000 E DONAZIONI DETASSATE – Dopo il flop del 2014, quando tutti i partiti hanno totalizzato complessivamente poco più di 300mila euro, nel suo secondo anno di vita il 2×1000 ha permesso al 2,7% dei cittadini di versare oltre 12 milioni di euro, anche se ne sono stati incassati 9,6 milioni a causa del limite che la legge fissava per il 2015. Il Pd, al primo posto, ha ricevuto circa 200mila euro. Sul fronte delle agevolazioni, chi dona fino a 30mila euro ai partiti può detrarre il 26% in dichiarazione dei redditi. Si tratta di un doppio sostegno da parte della finanza pubblica. Intanto quando il 2×100 viene destinato a un soggetto politico non va a finire nelle casse dello Stato e, inoltre, sono un mancato gettito per l’erario anche le detrazioni su Irpef e Ires di cui godono le donazioni liberali. Il costo per lo Stato è di 15,65 milioni dal 2016 (prima della legge 13/2014 era di 27,4 milioni nel 2015). “La detrazione per chi dona fino a 30mila euro dovrebbe valere solo per le donazioni – fa notare l’osservatorio civico – ma è stata estesa anche a contributi non proprio volontari”. Anche la quota che parlamentari ed eletti devono versare obbligatoriamente al partito, ad esempio, viene detassata come se fosse una elargizione spontanea. In questo modo il contributo è doppio perché deriva da soldi pubblici (l’indennità) e gode di agevolazioni fiscali. “Ed è legittimo ipotizzare che indennità e rimborsi destinati ai politici eletti – aggiunge l’osservatorio civico – siano tenuti a un livello superiore alle loro necessità proprio per sostenere economicamente i partiti”. Accanto a queste agevolazioni, altre restano e vengono ampliate. Sulle spese per le campagne elettorali i partiti pagano l’iva al 4% “con un risparmio non indifferente a carico dello Stato”. Per le politiche del 2013 si possono stimare mancate entrate per l’erario fino a 7,4 milioni di euro. Ma lo Stato contribuisce anche all’integrazione salariale dei dipendenti dei partiti in cassa integrazione: 15 milioni di euro sono stati stanziati così solo nel 2014.