Un secolo (e un anno) dopo, ma adesso è questione di giorni: il 28 luglio (o molto più probabilmente il 4 agosto) la Lazio potrebbe diventare campione d’Italia 1914/15 (ex equo col Genoa), sfoggiando il terzo tricolore (il primo in ordine di tempo) cucito sul petto nella sua ultracentenaria storia. L’eventuale fumata bianca del Consiglio Figc costringerà almanacchi, album delle figurine dei calciatori e statistiche televisive ad un rapido aggiornamento dell’albo d’oro. Ufficialità col sole d’estate: “Non voglio pronunciarmi prima del verdetto – mi dice l’avvocato Gian Luca Mignogna, promotore dell’iniziativa supportata da 32.000 firme, ora al vaglio finale di una commissione straordinaria presieduta dall’Avv. Maria Santoro, membri Cirillo, Greco, Mastrocola e Sferrazza – consegnai personalmente al Presidente Tavecchio il dossier redatto per far riesaminare il contesto storico, sociale e sportivo in cui venne adottata la delibera postbellica che assegnò il campionato solo al Genoa, estromettendo la Lazio finalista, di una finale però mai disputata”.

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Qui la petizione

Il Carso, il Piave, i moti di D’Annunzio nella Grande Guerra e una Federcalcio (evidentemente) a trazione nordista che insignì troppo sbrigativamente solo il nobile Vecchio Grifone, dimenticandosi dell’altra metà della contesa nazionale. Certo, i blasonati pionieri del Nord (Casale, Pro Vercelli, Genoa) erano più forti col pallone tra i piedi, ma i biancocelesti (finalisti per l’Italia centro-meridionale nel 1913, 1914 e poi nel 1923) oggi rivendicano la legittimità dell’anomalia di un titolo conquistato sul campo, nel rispetto delle regole, atteso il tributo di sangue pagato dai propri atleti sul fronte di guerra.

Abbiamo condotto studi storico-giuridici con approfondimenti emerotecari – continua Mignogna, che rilegge i tabellini del secolo scorso, snocciolando inediti dati di quando la formula del massimo torneo divideva il Belpaese in due, ricongiungendolo solo nell’ultima (decisiva) sfida – ebbene il Lucca si ritirò dal girone finale dell’Italia Centrale per problemi finanziari, la Lazio e il Roman vinsero a tavolino i rispettivi incontri coi toscani facendo dei laziali i finalisti, appreso il comprovato annullamento della pre-finale tra Internazionale di Napoli e Naples, disposto dalla Figc per irregolarità di tesseramento dei partenopei. E il girone dell’Italia Settentrionale fu interrotto dall’improvvisa insorgenza bellica, senza determinare un’effettiva vincitrice del 1914/15. Ho quindi chiesto alla Figc di adottare un provvedimento equanime e riparatorio facendo di Lazio e Genoa campioni ex equo prima della Grande Guerra”.

La notizia non sorprenda: nel 2007 in Germania la Deutscher Fussball-Bund dispose la ripetizione (in casacche d’epoca) della finale di campionato tra Viktoria Berlino e Hanau del 1894 (non disputata 113 anni prima con assegnazione, contestata, del titolo d’ufficio), nel 2002 al 42° Corpo dei Vigili del Fuoco spezzini (quindi 58 anni dopo lo Spezia) fu riconosciuto il titolo del 1943/44 vinto nel campionato della Repubblica Sociale Italiana (l’unico targato Figc, da cui l’illegittimità della richiesta nel 2009 dei pugliesi di Conversano, giocarono in territorio badogliano-anglo-americano), mentre la precedente stagione di rivolta 1921/22 all’idea riformatrice targata Vittorio Pozzo vuole ancora scudettate a pari merito sia Novese che Pro Vercelli.

Tutt’altra vicenda, poi, le revoche torbide e oscure al Torino del Conte Marone Cinzano nel 1926/27 (caso Allemandi) e della Juve capelliana invischiata in Calciopoli nel 2006 e 2007. Tant’è che al tricolore della Roma all’epoca di Mussolini, adesso si potrebbe affiancare quello dannunziano della Lazio, come se i due conflitti bellici avessero voluto imprimere un’impronta indelebile sul calcio capitolino (a proposito: a settembre uscirà un mio nuovo libro sul tema).

Però ecco puntuale il teorema complottista: l’assegnazione ex equo del 1915 avverrà grazie ai rapporti prefenziali tra Carlo Tavecchio e Claudio Lotito? “Macché – chiosa Mignogna – quando non c’era ampia documentazione probante, anni fa l’idea venne già accantonata. La società non poteva intervenire per evidente conflitto d’interesse, la polisportiva nemmeno perché non è tesserata Figc e allora ho agito personalmente in proprio, come piccolo azionista della Lazio. L’idea originaria era creare solo un movimento d’opinione, e invece ho potuto molto sul vulnus, sul vuoto normativo in materia sportiva”. Se sarà fatta giustizia, allora clacson e bandiere tricolori pronte all’uso, 101 anni dopo. Per l’Italia di Vittorio Veneto (e la Lazio di Fortunato Ballerini) non è mai troppo tardi.