Il viaggio come forma di guarigione. Certo, è anche questo. “Il fuori guarisce”, disse Nicolas Bouvier, da molti ritenuto uno dei più grandi scrittori di viaggio del ‘900, in un libro splendido intitolato La polvere del mondo.

Ebbene, partendo da questo assunto, è interessante riportare alla luce la figura di una viaggiatrice vittoriana dell’800, Isabella Bird. Perché il suo, fra i tanti, fu davvero un caso emblematico. La Bird visse fin da bambina accompagnata da una salute cagionevole. Soffriva di dolori violenti alla schiena, agli arti, e di una cronica stanchezza. Tanto che il medico suggerì alla famiglia di trasferirla in campagna, di modo da permetterle di vivere più possibile a contatto coi suoni e i colori della natura. Tant’è che quando vi arrivò, cominciò a star meglio. Fin qui, nulla di speciale.

Isabella BirdQualche anno dopo però, persi entrambi i genitori, e rimasta in compagnia soltanto di sua sorella Henrietta (che detestava), la delicata e al contempo furente Isabella prese una decisione a suo modo estrema: quella di partire, e di mantenersi attraverso la scrittura di libri sui suoi stessi viaggi. Esperimento che del resto aveva già tentato almeno un paio di volte, con risultati affatto disprezzabili.

Così, già che la salute riprese a peggiorare, la mattina di un primo di gennaio, a Auckland, non trovò di meglio che salire su di una imbarcazione abbastanza sgangherata che partiva per le Hawaii! E quella fu la sua prima vera partenza da donna viaggiatrice/scrittrice. Ricordo che siamo attorno alla metà del 1800!

Da quel momento fu un susseguirsi di peripli. Ogni volta che partiva, la salute ritornava, i dolori scomparivano, la forza si impossessava di lei. Anche in condizioni estreme. Poi rientrava, e dopo pochi giorni tutto precipitava nuovamente nel dolore. Ma oramai aveva capito come funzionava. Doveva stare fuori. Doveva viaggiare! E scrivere. Giappone (a cavallo), Hong Kong, Canton, Saigon, la Malesia, l’Egitto (in groppa a degli elefanti!). E poi ancora… India, Tibet, Persia, Turkistan, Turchia, Baghdad, Teheran

Due donne in una. La persona debole e malata, che a un certo punto quasi non riusciva a camminare. E la viaggiatrice febbrile e gioiosa che non si rassegnò mai all’idea di morire da malata precoce. La stessa donna che attorno ai cinquant’anni si dice che rispose a un’amica che le chiedeva perché non fosse ancora andata in Nuova Guinea, come sognava da tempo, con queste parole: “Mi piacerebbe molto esplorare la Nuova Guinea: ma ora sono sposata, e non sono certo posti dove portare un uomo!”. Fatto sta che il marito morì di lì a poco. E Isabella continuò a viaggiare. All’età di sessantasei anni percorse altri 4000 chilometri su e giù per la Cina. Fino all’ultimo viaggio, il Marocco. Dove per salire a cavallo aveva oramai bisogno di uno sgabello (io ne avrei bisogno già ora…).

Morì il 7 ottobre 1904, all’età di 73 anni, di tutto quel dolore che conosceva fin da bambina ma che aveva rimandato di viaggio in viaggio per tutta la vita.

Allora forse non è una cura, nel senso stretto del termine, viaggiare. Ma la ricerca di sé nel mondo è questione che andrebbe tenuta in considerazione. A cosa siamo disposti, pur di vivere? Quanto spazio abbiamo regalato al farci vivere? A cosa siamo  disposti a rinunciare e a guadagnare, per quel percorso a termine che è la nostra vita?

Sembra paradossale, ma il più delle volte in nome della nostra vita non siamo disposti a nulla. Trasmettiamo a noi stessi e agli altri il messaggio che stiamo lavorando per noi, per la nostra serenità, per una tranquillità economica e materiale, certo, ma non è la stessa cosa. Vivere, come amare, essere amati, essere felici, necessitano di un salto più in alto, di un rischio più forte. Non si tratta di metterci in balìa di pericoli estremi o di morte, per carità. Ma si tratta di capire come si chiama la nostra vita, e quale ne è la struttura portante. Detto altrimenti, quali sono i nostri desideri più profondi. Perché non è vivere quello che spesso facciamo, è l’essere in regola con una modalità sociale, canonica e accettata. Poi si fugge a Zanzibar per agguantare un pezzo di felicità. Poi si cerca l’amante per agguantare un altro pezzo di felicità. Poi si beve o si fuma fino ad annullarsi. Perché in effetti, bisogna ammetterlo, è ardua la felicità, avendo lavorato per un noi che non siamo, a discapito di quello che vorremmo davvero essere.