E’ il 9 di maggio 1978, ore 9. “Vieni a prendere un caffè qui al Viminale?” chiede il ministro dell’Interno Cossiga al vicesegretario del Psi Claudio Signorile che, perplesso, sale in macchina e va. Trova Cossiga teso. Poco dopo, sono ormai all’incirca le 11, arriva la notizia: il cadavere di Aldo Moro è in via Caetani. Sono le novità sostanziali arrivate dall’ex braccio destro di Bettino Craxi nella sua testimonianza in Commissione Moro. L’audizione è davvero interessante e prova, se ce ne fosse ancora bisogno, che la storia dei 55 giorni sia un processo da ricomporre lentamente, anche con materiali già noti che vanno girati e risistemati dentro il puzzle – perché Signorile queste cose, in un certo modo, le disse pure nel 1980 e poi nel 1999.

Oggi si possono tirare alcune linee ferme da quella testimonianza e dagli apporti conoscitivi dei commissari – Gotor, Fornaro, Bolognesi, Grassi – chiaramente appassionati, emozionati a sentir cose che hanno una loro consistenza tra le tante ombre del caso Moro. Ciò che emerge con forza è che la mattina del 9 maggio fu messa in scena la comunicazione della morte di Aldo Moro (come dice anche l’ex artificiere Vito Raso, oggi sotto processo): il copione comprende anche la telefonata di Valerio Morucci al professor Tritto nella quale rende noto al mondo l’efferato delitto solo alle 12,15? Morucci prese parte alla sceneggiata o eseguì un ordine? Non lo sappiamo e c’è da sperare vivamente che questo organismo parlamentare d’inchiesta giunga a mettere una parole definitiva, decretando la falsità della versione ufficiale della storia, quella verità solo dicibile da parte dello Stato e delle Br, complici di una ‘narrazione’.

Claudio Signorile ha poi detto molte altre cose – “la sua audizione è stata certamente utile per comprendere meglio l’evoluzione del quadro internazionale nel quale si svolse la vicenda Moro”, secondo il senatore Fornaro – soffermandosi a lungo sul tentativo di avviare una trattativa politica per la liberazione di Moro e spiegando a chiare lettere che lui aveva avvisato dei suoi contatti il vice comandante dell’Arma, Arnaldo Ferrara: tutti i miei movimenti erano intercettati – ha detto – ero pedinato dalla mattina alle sera, se avessero voluto seguire i miei interlocutori, e dunque arrivare alle Br, avrebbe potuto farlo facilmente. In realtà la morte di Moro era funzionale a interessi terzi, categoria sulla quale Signorile insiste molto, cioè altre organizzazioni o intelligence internazionali; il potere reale alle fine, dice ancora, era nelle mani di chi controllava l’ostaggio e non è detto che fossero le Br.

Le parole di Signorile daranno dunque da fare agli investigatori e ai commissari della “Moro”, come le notizie che giungono dal fronte delle perizie tecniche: secondo il Ris dell’Arma, che ha analizzato una foto d’epoca rinvenuta nell’archivio del quotidiano romano Il Messaggero, il boss della ‘ndrangheta Antonio Nirta era lì in via Fani subito dopo l’agguato. Molto probabilmente – “c’è assenza di elementi di netta dissomiglianza” – è lui quello tra i curiosi, sul muretto davanti al bar Olivetti. Cosa faceva lì? Difficile pensare che avesse preso parte all’operazione. Forse era lì perché, nota Gero Grassi, “perché in un certo senso era a ‘casa sua’, visto che quel bar era crocevia del crimine organizzato”, niente affatto inattivo, come si pensava fino aoggi, nonostante le foto di quel giorno lo riprendano con la saracinesca abbassata. Vedremo.

Intanto, c’è anche attesa per un’altra perizia, sempre su quella stessa foto: pare che tra i curiosi ci fosse un tizio molto somigliante al famigerato Giustino De Vuono. Solo qualche giorno fa è stato ritrovata una foto utile per il raffronto. Non c’è che da aspettare. Anche se De Vuono, contrariamente alla biografia di una specie di super-criminale fin qui nota – ex legionario, killer spietato e coperto dai servizi, latitante in Paraguay – è da tempo passato a miglior vita. A soli 49 anni, infatti, è morto il 13 novembre del 1994 (era nato l’8 maggio del ’40) mentre si trovava nel carcere di Carinola, trasferito lì nell’89, dopo essere stato arrestato il 26 marzo del 1982 a Lucerna, secondo una dettagliata informativa dello scorso settembre.

Dal carcere inviava lettere per smentire con veemenza qualsiasi suo rapporto con il mondo brigatista. Una morte precoce, sulla quale varrebbe la pena di indagare, un personaggio equivoco (condannato per l’omicidio di Carlo Saronio, era evaso dal penitenziario di Mantova il 27 gennaio del 1977), e forse meno protetto di quanto non abbiamo immaginato fin qui. Il suo volto comparve nelle foto segnaletiche diffuse subito dopo il 16 marzo ma poi un alibi – fornito dai servizi – lo ‘esfiltrò’ per sempre dal caso Moro. Potrebbe ora rientrarci da morto? Per ora sappiamo che un criminale ‘ndranghetista – e forse due – erano in via Fani: se la sua presenza non è casuale, non è detto che avesse compiti cruciali nell’agguato. Nelle operazioni delicate viene sempre assicurato un servizio di ‘pulizia’. Viene svolto dagli ‘spazzini’. Così si chiamano in gergo.