Fantastico!”. Quando sale sul palco del Circo Massimo, un Bruce Springsteen visibilmente emozionato non fa che ripeterlo. Ringrazia il pubblico che l’accoglie con tanti cuori rossi sulle note di C’era una volta il West e omaggia Roma, “la più bella città del mondo”. Sono passati soltanto tre anni dall’ultima volta che il boss ha messo piede nella Capitale, sempre nell’ambito del Postepay Rock in Roma, anche se a livello di location e bellezza non c’è confronto. E infatti un pomeriggio di festa – aperta dall’esibizione della Treves Blues Band e proseguita con la performance dei californiani Counting Crows – diventa una notte leggendaria. Il Boss è rapito da cotanta bellezza: dal palco, dove è sostenuto dalla sua E Street Band, la vista è mozzafiato, e la gente che è assiepata tutt’intorno, invia al Boss messaggi d’amore scritti sui cartelli tenuti su in bella vista.

In divisa d’ordinanza, gilet, t-shirt e jeans neri, con un elegante foulard grigio stretto attorno al collo, Bruce Springsteen è carico, come sempre, e manda tutti in visibilio quando urla un inaspettato “Dajeee Romaaa”. Si è romanizzato anche il Boss! E allora si può star tranquilli che anche questa volta creerà un’atmosfera unica, capace di fornire un senso di trascendenza per l’intera durata dell’esibizione.

Quasi quattro ore vissute ad alta intensità che hanno avvolto la mente e il corpo di ognuno dei 60 mila accorsi, proiettandoli in un altro mondo, carico di misteri. Una personale connessione con qualcosa di più profondo, strano e incredibilmente senza tempo. E per una serata gli eventi che hanno scosso il pianeta, gli attentati, le stragi, i colpi di Stato, sono accantonati, messi da parte. Del resto, il Boss è “Tougher Than The Rest”, come recita il titolo di una sua canzone, più duro di tutto il resto. Non manca un pensiero per i “fratelli francesi” a cui Springsteen, a metà concerto, esprime vicinanza.

Il “rito” si apre con New York City Serenade, brano che finora non aveva ancora eseguito nell’ambito del River tour, che celebra il doppio album del 1980 ripubblicato in cofanetto qualche mese fa, con tutte le canzoni suonate dal vivo. Prosegue con Badlands, Summertime blues, anch’essa un inedito per questo tour,  e The ties that bind suonate tutte d’un fiato, senza soste. Il Boss, come al solito, è molto generoso e mostra una forma e un fisico invidiabili. L’esibizione è un flusso ininterrotto di grandi emozioni. Condisce il suo show con materiale politico, quando esegue The Ghost of Tom Joad, ma il tema principale di questo tour non è tanto è il tempo che passa, una carriera costellata dai trionfi o un disco da celebrare, ma un senso di rinascita. O di immortalità. Di Bruce. Senza dimenticare che quel che resta della band originale – Van Zandt, Tallent, Weinberg, Bittan – suona insieme dai tempi della presidenza Ford, mentre Lofgren e Patti Scialfa, la moglie di Springsteen, si sono uniti agli altri solo negli anni Ottanta.

Come da tradizione, durante i suoi concerti, l’atmosfera e l’intesa con i suoi “adepti” si fanno ancora più dense, quando inizia a raccogliere le richieste dei fan via cartelli, cappellini, striscioni. Boom Boom molto probabilmente non era in scaletta, ma come si sa, se un ordine era stato prestabilito, beh era solo per essere infranto.  Le canzoni si susseguono senza sosta, i tecnici delle chitarre si muovono con la precisione di un team di Formula Uno. Il Boss esegue grandi classici come Born in the Usa, Promise Land, The River, ma è quando Roy Bittan introduce al piano Because The Night che i 60 mila del Circo Massimo esplodono fragorosamente.

Nel finale, Springsteen premia le richieste più inconsuete che gli sono state rivolte, sempre tramite cartelloni: la signora che aveva scritto “Ho 65 anni, fammi ballare con te prima che sia troppo tardi”, il ragazzino 13enne con “Ho preso lezioni di batteria per poter suonare con Max Weinberg”. Una ragazza riesce a coronare il suo sogno di suonare la chitarra con Little Steven. Tutti sul palco appassionatamente assieme al grande Bruce Springsteen, che chiude con Shout dei The Isley Brothers, che il Boss sembra non voler smettere di suonare per nulla al mondo. L’adrenalina è a mille, moltiplicata per 60.000. Poi porta alla bocca la sua armonica e suona, per sbollire gli animi e riportare a una dimensione terrena, una bellissima,  Thunder Road. Tanto per esser certo che a ognuno del pubblico arrivasse il soffio benefico della sua arte, in chiusura di un concerto superlativo.