“Lo stop dell’incremento dei foreign fighter occidentali non è necessariamente un segnale positivo, perché essi diventano internal fighter“. È la riflessione del presidente del Copasir, Giacomo Stucchi, sulla strage di Nizza. “La vera questione  non è l’emulazione, ma la competizione. Chi realizza l’attentato con più vittime entra nella storia. La storia del terrore”. E fa riflettere l’esito dell’indagine della Procura di Milano su due foreign fighter marocchini uno dei quali intenzionato a tornare in Italia per immolarsi. Uno dalla Siria minacciaca di “decapitazione” via WhatsApp un amico in Italia, che si rifiutava di arruolarsi nell’Isis. L’altro, anche lui nelle zone di guerra del Califfato, ha promesso tramite Facebook che quando rientrerà si farà “esplodere”.

L’inchiesta ha permesso di di definire una “documento simile a una ‘carta d’identità” dell’Islam State”. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e dal pm Piero Basilone, due mesi fa ha portato anche ad un’ordinanza di custodia in carcere, firmata dal gip Paolo Guidi, non eseguita perché il giovane ancora vivo è in Siria.

Le carte dell’inchiesta parlano di un percorso di progressiva radicalizzazione di matrice islamica intrapreso dai due”, Monsef El Mkhayar e Tarik Aboulala (morto) entrambi del ’95, del loro “arruolamento nelle milizie Is in Siria e della attività di promozione del cosiddetto Stato Islamico”, con tanto di “proselitismo” attraverso profili Fb con video e foto.

I due erano stati affidati nel 2010, ancora minorenni, alla comunità Kayros di Vimodrone (Milano) e da maggiorenni trasferiti in un appartamento a Milano. Come emerge dalle testimonianze raccolte, Monsef aveva sempre “dato problemi per la precaria situazione familiare, il precoce uso di alcol e droghe e il carattere aggressivo”. Definito “estremista” e “pervaso da fanatismo religioso”, avrebbe cercato anche di inculcare in altri giovani le sue idee che già avevano sposato quelle di Al Qaeda. E poi mostrava verso le donne un atteggiamento di “supremazia”. Finito in carcere per un mese nel 2013, una volta uscito, come ha riassunto il gip, ha subito “un’ulteriore radicalizzazione” al punto che ha iniziato a frequentare “assiduamente” la moschea di viale Padova, a parlare solo di Corano e Maometto ed è arrivato fino a rinunciare, nell’estate 2014, alle vacanze “per seguire alcuni fratelli musulmani in visita a moschee e centri islamici nel nord Italia”.

In questo periodo è riuscito anche a convincere l’amico Tarik, con cui condivideva casa, a seguirlo “verso la strada di Allah“. Il 17 gennaio 2015, i due sono partiti da Bergamo con un biglietto aereo andata e ritorno per Istanbul per poi raggiungere in pullman la Siria, come dimostra una foto pubblicata il giorno dopo sul profilo Fb di Monsef. A quel punto, i loro cellulari non hanno dato più segnali per tre mesi, periodo nel quale, infatti, hanno seguito “l’addestramento militare“del Califfato. Hanno riacceso i telefoni nell’aprile successivo quando, ancora su Fb, sono comparse alcune foto in cui Monsef era ritratto “in abbigliamento paramilitare mentre imbraccia un fucile” e mostra “la carta d’identità” rilasciata dall’Isis. Sempre lui nel dicembre successivo ha aperto un altro profilo con un nuovo nickname per fare proselitismo, mentre già a luglio i due avevano contattato un loro amico marocchino tramite WhatsApp per convincerlo a raggiungerli.

Davanti al suo rifiuto, sono partite le minacce con Tarik che, il 4 dicembre scorso, gli ha scritto: “Quando arrivo là ti taglio la testa. Hai visto Francia, Francia”, facendo riferimento, come osserva il gip, agli attentati di Parigi di novembre. Poco dopo lo stesso Tarik è stato ucciso in combattimento, mentre l’amico, come risulta da ulteriori approfondimenti di indagine, ha iniziato ad aprire e chiudere profili Fb per il proselitismo e in un messaggio comparso in Rete di recente ha promesso che se tornerà in Italia si fara’ “esplodere”.

Per il giudice Guidi la “prospettiva nuova” offerta dai terroristi dell’Is “costituisce un’attrattiva per quella parte di musulmani di seconda e terza generazione residenti in Occidente, tuttavia marginalizzati nelle società in cui vivono”, come i due marocchini, “e che vedono nel Califfato una strada concreta per ottenere una rivalsa sul sistema occidentale ed una nuova prospettiva di affermazione personale”.