La scissione dell’atomo spinge Denis Verdini pienamente dentro l’area di governo. Il botto di Scelta Civica – il cui segretario Enrico Zanetti se ne va con un manipolo di fedelissimi – produce una specie di puzzle, il cui risultato è messo per iscritto da quelli che invece restano nel partito: “Da oggi Verdini è entrato nel governo, con un viceministro all’Economia” dichiarano il capogruppo e i vicecapogruppo Giovanni Monchiero, Bruno Molea e Giovanni Palladino. La loro è ironia ma nemmeno troppo. Doveva essere Zanetti che fagocitava i verdiniani e invece è accaduto l’esatto contrario: Zanetti si unirà ad Ala. Il gruppo unico formato dal gruppetto i Zanetti e Ala alla Camera è quasi cosa fatta. Per il Senato è questione di tempo. Così quelli dei verdiniani non saranno più voti “aggiuntivi”, come sono stati definiti fino a ieri. Ma diventeranno organici alla maggioranza. Allearsi con Verdini – sei processi, uno dei quali finiti con una condanna per corruzione – provoca qualche imbarazzo al viceministro dell’Economia? “Ma basta veramente – dice all’agenzia Dire – e lo dico forte di aver partecipato a un’iniziativa di strepitoso insuccesso, dico ‘basta’ alle aggregazioni politiche che partono non dai contenuti e dalla visione ma dalle fedine penali. Non perché le fedine non siano importanti, ma non possono essere il collante di iniziative che imbarcano di tutto e di più in termini di personalismi e di visione politica”.

Eppure, anche un evento quasi impercettibile come quello che riguarda la vita di un partito da zero virgola provoca già qualche problema per il governo. E’ la sinistra del Pd a lanciarsi all’attacco: “Fino ad ora ci è stato detto che Verdini e Ala non fanno parte della maggioranza parlamentare che sostiene il governo Renzi. Apprendiamo che il viceministro Zanetti, oggi messo in minoranza nel suo gruppo di provenienza, costruisce un nuovo gruppo con Verdini. Se è vero che, come più volte ribadito da Matteo Renzi, Ala resta fuori dalla maggioranza allora l’unica naturale conseguenza sono le dimissioni di Zanetti dal governo”.

Zanetti nel frattempo è entusiasta: il nuovo gruppo a Montecitorio si chiamerà “Scelta Civica verso Cittadini per l’Italia” e ne faranno parte 10 deputati di Ala (tra questi l’ex ministro Francesco Saverio Romano, Ignazio Abrignani, Luca d’Alessandro, Giuseppe Galati, Massimo Parisi, Giovanni Mottola, Monica Faenzi e Giorgio Lainati), i 4 fuoriusciti di Scelta Civica e Marco Marcolin, parlamentare di Fare!, il movimento di Flavio Tosi. Altri potranno aderire nei prossimi giorni. “E’ il primo passo verso la costruzione di un nuovo soggetto politico – spiega Zanetti – che mira ad aggregare le forze del centro di ispirazione liberaldemocratica. Il prossimo passo sarà l’adesione ai comitati liberali per il Sì al referendum costituzionale“. Per ora Ala un po’ se la tira – “Stiamo ragionando, è una ipotesi plausibile” si schermisce Abrignani, ex berlusconianissimo – ma la strada sembra segnata. Quelli rimasti dentro il gruppo degli ex montiani rivendicano la propria “resistenza”: “Una parte di noi – dice la deputata Adriana Galgano – non vede l’operazione” di fusione con Ala “come il proprio destino, ed è la stragrande maggioranza di noi. Non c’è convergenza politica e faccio solo un esempio: la legge sul conflitto di interessi per noi ci avvicina all’Europa, per Ala è invece incostituzionale“.

Ancora meno appassionante, invece, la sorte di nome e simbolo che ora i due gruppi si litigheranno. Quelli che sono rimasti non vedono il problema: “Noi siamo deputati eletti in Sc, 4 sono andati via a fare altro. A chi dovrebbe restare il nome? Noi vogliamo restare in Scelta Civica e lavorare nell’interesse dei nostri elettori”. Ma dall’altra parte Zanetti solleva questioni che si rifanno a statuti e organismi del partito, per cui il voto che ha portato al caos di queste ore è stato possibile con parlamentari indipendenti non iscritti al partito quando invece “la direzione del partito aveva dato mandato allo stesso Zanetti di revocare la paternità politica del partito nel caso in cui si fossero ulteriormente verificate da parte del gruppo decisioni assunte con il voto determinante dei non appartenenti al partito”. Una questione barbosa che non sposta di un millimetro gli effetti sulla maggioranza.

Zanetti definisce il gruppo del partito che ha guidato fino a oggi “un rispettabile gruppo misto senza alcuna base politica”, “un comodo materasso su cui stare sdraiati in attesa di capire cosa succede”. La colpa è quindi dello “sfilacciamento del gruppo ha portato ad alcune incoerenze difficili da giustificare sul piano politico”, se la prende con il vincolo di mandato e di partito. Rinfaccia per esempio al capogruppo Monchiero il fatto di aver votato no alle riforme costituzionali. Gli risponde il suo ex partito che parla di dichiarazioni “piene di sbagli e omissioni, chiaramente non casuali”. Non c’è stata “alcuna violazione della linea decisa del partito” anche perché “il segretario ha rifiutato di porre al voto il tema della fusione coi verdiniani, sostenendo che si trattasse di un tema prematuro. Il viceministro Zanetti ha invece preteso che si votasse un mandato a suo favore per la revoca del simbolo al gruppo in caso di non meglio precisate violazioni della linea del partito. Una delibera non all’ordine del giorno e dalla legittimità molto dubbia”.