Si sente isolato. Teme per la sua vita e per quella dei suoi familiari. Perché il gioco è grande. E non è fatto solo di sudore, allenamento, fatica, chilometri da macinare, gare vinte o perse, o Giochi Olimpici da conquistare. Di mezzo ci sono anche i soldi. Tanti soldi che mettono in moto gli appetiti delle consorterie criminali. E poi ci sono le vendette e le intimidazioni e le rappresaglie della “mafia del doping”. Per questo Sandro Donati, allenatore del marciatore Alex Schwazer e paladino dell’antidoping, non nasconde la propria paura. Ma nonostante tutto non rinuncia a parlare delle presunte zone d’ombra tra alcuni dirigenti Iaaf (la Federazione internazionale di atletica) e il mondo dell’atletica russo, e a Repubblica dice di voler portare avanti la sua battaglia: “Andrò al più presto alla procura della repubblica di Roma a rappresentare certe situazioni, ho molte cose da dire ma nei dettagli preferisco informare prima i magistrati. Per colpire me è stato macellato un atleta innocente che in passato ha sbagliato, ma che è un campione immenso che avrebbe sicuramente vinto a Rio la medaglia d’oro sia sui 20 chilometri che sui 50″.

Donati è certo che la vicenda di Schwazer, trovato dalla Iaaf positivo al testosterone (ma molte sono le anomalie) e che per questo salterà le prossime Olimpiadi, è un avvertimento nei suoi confronti e una ritorsione per le sue denunce. “Questa storia porta con sé un messaggio molto chiaro: chiunque parla va messo fuori gioco, chi rompe il muro dell’omertà che c’è sul doping deve comunque pagarla cara” dice al cronista Attilio Bolzoni. “Più persone – prosegue il professore – mi hanno sottolineato come sia stato un grande azzardo da parte di Alex Schwazer accusare gli atleti russi di doping. Ed è evidente il rapporto di corruttela reciproco che ha contrassegnato la relazione fra alcuni dirigenti della Iaaf e le autorità sportive russe, finalizzato ad insabbiare o a gestire in maniera addomesticata i casi di doping”. La conclusione può essere una sola: “La parte corrotta della Iaaf e i russi sono un tutt’uno“.

“Io – spiega ancora – ho avuto un ruolo fondamentale, collaborando con la procura della repubblica di Bolzano e con il Ros dei carabinieri, nell’individuazione di un gigantesco date base che era nelle mani di un medico italiano che collaborava e collabora ancora con la Iaaf. Nel date base c’erano centinaia di casi di atleti internazionali con valori ematici particolarmente elevati. E, tra questi, un gran numero di russi”.  Non solo. Donati ricorda di “aver portato portato all’attenzione della Wada (l’agenzia mondiale antidoping) quel data base e nel frattempo la magistratura francese ha aperto un’indagine per riciclaggio e corruzione nei confronti del vecchio presidente della Iaaf Amine Diack che è stato arrestato. Temo per la mia vita e anche per la mia famiglia. Nel nostro ambiente chi parla fa sempre una brutta fine. Andrò dal procuratore di Roma”. Perché gli avvertimenti ci sono già stati. “Ho cominciato a ricevere strane telefonate e anche strane mail che ho già consegnato alla magistratura”.

Il motivo è solo uno. “C’è un sistema che non tollera che l’antidoping venga fatto da soggetti esterni alla sua organizzazione, in questo caso la Iaaf. La vicenda è stata in questo senso un’operazione quasi ‘geometricamente perfetta‘”. Un avvertimento per tutti. “Di doping non si deve parlare, ce ne dobbiamo occupare solo noi istituzioni sportive e chi ne parla fuori fa sempre una brutta fine”. Poi un pensiero per Schwazer: “E’ un ragazzo serio. E’ aggrappato a una piccola speranza che vede in me. Ma è così sereno che l’altro giorno mi ha detto: ‘Prof, se non mi vogliono, io farò altro’. Io però non mi arrendo anche se vivo nel terrore. Ho paura ma non piego”.