Le “rime baciate” sono versi di una poesia o canzone, dove uno fa rima col successivo, diversamente dalle rime alternate o dalla dantesca terza rima. Non c’è invece nulla di poetico nei “prestiti baciati” venuti alla ribalta coi dissesti della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. L’espressione si riferisce all’obbligo di sottoscrivere un po’ di azioni della banca, imposto a chi voleva un finanziamento. Una combinazione dalle conseguenze sciagurate, col valore di quei titoli vicino a zero. Su di essa indaga la Magistratura.

Erano però casi in cui il cliente otteneva comunque un finanziamento, che per qualche motivo gli serviva. È ben peggiore invece un’altra fattispecie, che la stampa italiana ha regolarmente trascurato, salvo un mio articolo sul Fatto Quotidiano del 15-4-2015. Ovvero il caso di clienti senza soldi da investire, spinti a indebitarsi per sottoscrivere le azioni-bidone. Nel 2014 la Banca Popolare di Vicenza (Bpvi) concedeva prestiti quinquennali a un misero 1% d’interesse, purché utilizzati integralmente per prendersi sul groppone azioni della banca a 62,5 euro. Sempre con enormi corresponsabilità della Banca d’Italia, che non ha battuto ciglio di fronte a tale trappola, scritta nero su bianco nella Nota Informativa sull’aumento di capitale.

Ma non è finita, a riprova che fare fessi i clienti è la filosofia del sistema bancario italiano. Nel 2015 la Bpvi ridusse infatti a 48 il valore attribuito sulla carta alle sue azioni. Chi non teme di infuriarsi troppo, vada a leggersi come il vicedirettore della Bpvi Emanuele Giustini cercava di imbeccare i suoi “cari colleghe e colleghi” perché tenessero buoni i clienti giustamente inferociti. Si veda il bollettino interno “noi-speciale” (n. 6 del 9 aprile 2015), dove frottola si sussegue a frottola. Ecco per esempio a pag. 2 una tabella che presenta le azioni Bpvi alla stregua di quelle di Intesa Sanpaolo, Unicredit ecc. addirittura indicando “Fonte: Bloomberg”. Un puro imbroglio, perché i valori riportati per la Bpvi non erano quotazioni, bensì mere valutazioni gonfiate. Si leggano anche le sparate del vicedirettore della banca sulle ottime prospettive dell’investimento.

I risparmiatori coinvolti non solo si trovano con un pugno di mosche, con azioni valutate 0,10 euro e comunque invendibili. Ma addirittura con una situazione patrimoniale negativa, ovvero con un debito. Una perdita matematicamente nell’ordine del 250%, se hanno versato finora le rate dl prestito.

Pasticci simili si potrebbero riportare anche per gli aumenti di capitale di Veneto Banca. Analogamente la Banca d’Italia non ha proferito motto. C’è voluta la banca centrale europea per denunciare l’imbroglio di azioni sottoscritte con soldi prestati dallo stesso istituto di credito.

È noto il potere di moral suasion, ovvero di consigli, sollecitazioni, pressioni ecc. della Banca d’Italia. Perché non l’ha mai usato nei casi citati? Forse perché le sue quote appartengono quasi tutte a banche, al contrario per esempio della tedesca Bundesbank, che è dello Stato.