Sottovalutazione? Beata innocenza? Inadeguatezza? Tutto questo e molte altre cose, anche inevitabili, anche comprensibili. Ma di certo, l’evento strepitoso, devastante (per l’ancien régime) e salvifico (almeno per il 67% dei romani) dell’ascesa del M5S alla guida del Campidoglio, della Città Eterna, della Capitale d’Italia – ad un mese dal prevedibile, previsto, sperato e temuto esito elettorale – ha per ora messo in primo piano ritardi, gaffes, divisioni e contrasti interni al Movimento, oltre che decisioni oggettivamente indifendibili, dall’osceno caso-Marra all’imbarazzante caso-Lo Cicero, il rugbista ‘gnorante che non si sa perché dovesse (o debba?) fare ad ogni costo l’assessore allo Sport.

C’è da chiedersi se quello che sta succedendo, da un mese, ai danni dell’immagine della nascente giunta-Raggi, della speranza che Roma possa tirarsi fuori dalle macerie in cui l’hanno ridotta amministrazioni di centrodestra e di centrosinistra negli ultimi decenni, e della credibilità complessiva del Movimento Cinque Stelle, avrebbe potuto essere, se non evitato, almeno in parte attenuato. Evitando fra l’altro di oscurare quella che sembra invece la felice esperienza “sabauda” di Chiara Appendino a Torino.

Alla determinazione della realtà, di ciò che avviene, c’è sempre un concorso di fattori assai complesso, in buona parte imprefigurabile e persino inesplorabile. Perciò, anche e soprattutto in politica, vale l’antico saggio: male non fare, paura non avere. Ovverosia: fa’ quel che devi, avvenga quel che può.

Si può e si deve dire che, per una ragione o per l’altra, o più esattamente per più ragioni, il M5S non ha fatto tutto quello che doveva fare, almeno in questa fase di avvicinamento (che stava e sta vivendo) al governo delle grandi città e addirittura al governo del Paese. Basterebbe da sola a dimostrarlo la totale confusione in cui ci si è ritrovati di fronte alla ovvia necessità di formare, tanto per cominciare, una Giunta comunale (sia per la scelta dei nomi, sia per le competenze, sia soprattutto per i criteri).

Ma questa stessa confusione e, prima ancora, la mancata predisposizione della soluzione di questo primo problema (peraltro nemmeno il più scottante) sono la conseguenza di ciò che “non ha fatto” il Movimento sul piano generale, rispetto alla definizione della propria identità e al chiarimento definitivo delle proprie intenzioni e dei propri metodi. Insomma: nato tutto “democrazia diretta”, il M5S non si è ancora posto né tantomeno ha risolto il problema politico, culturale, tecnico, ecc. ecc. di come comportarsi nel momento in cui, dall’opposizione, passa al governo: dalla sala Giulio Cesare all’ufficio del sindaco in Campidoglio, dalle aule e gli uffici di Montecitorio e Palazzo Madama alla mitica “stanza dei bottoni” in Palazzo Chigi.

Non se lo è posto per anni, durante la meravigliosa avanzata vincente che lo ha portato in Parlamento. Non se lo è posto dopo, mentre il consenso degli italiani cresceva vertiginosamente (in proporzione quasi perfetta col vertiginoso degrado della vita pubblica e dei partiti tradizionali). E non se lo è posto nemmeno nella immediata vigilia delle ultime elezioni comunali, che tutti speravano/temevano avrebbero appunto consegnato nelle mani “inesperte” del M5S un’amministrazione – da far tremare le vene e i polsi – prima guidata da un “esperto” come Alemanno

Eppure a molti la scelta strategica del M5S, peraltro inevitabile, sembrava e sembra acquisita nei fatti, diciamo indotta dalla realtà, a prescindere da ideologie e velleità. Tanto è vero che, ancora il 9 maggio scorso, in questo blog sembrava opportuno (Movimento 5 Stelle: ma ora Grillo, Casaleggio jr e il direttorio devono rispondere a una domanda…) porre al gruppo dirigente del Movimento la seguente domanda retorica: “La strada scelta o considerata ora inevitabile è effettivamente quella di una naturale e operosa integrazione fra ortodossia e pragmatismo (cosiddetti) e della rivoluzionaria irruzione degli strumenti della democrazia diretta nel corpo vivo della democrazia rappresentativa?”.

Una domanda retorica, quindi inutile? Purtroppo no. Persino in qualche passaggio di intervista rilasciata nel frattempo da Davide Casaleggio – che sarebbe il membro del gruppo dirigente dei 5S più intimamente legato all’ipotesi primigenia della “democrazia diretta” – si è potuto notare la disponibilità (o comunque non più la netta e radicale indisponibilità) ad accogliere l’inevitabile intreccio fra strumenti di democrazia diretta e procedure da democrazia rappresentativa.

Ma una disponibilità di fatto. E nei fatti. Ma non esplicita, non sofferta ma ragionata, non dichiarata e dichiaratamente accettata. E finché questo non avverrà, continueranno ad esserci equivoci e continuerà a far danni qualcuno che, anche in buona fede, dietro quegli equivoci non riesce a intravedere la linearità che deve caratterizzare la buona politica ma che non può non regolare la vita istituzionale e democratica. Specie se la si voglia radicalmente cambiare.