La decisione di invadere l’Iraq nel 2003 è stata basata su dati di intelligence “imperfetti” e portata avanti con una progettazione “totalmente inadeguata”. Sono le dure parole con cui sir John Chilcot, presidente della commissione d’inchiesta sulla partecipazione del Regno Unito all’intervento militare in Iraq del 2003, ha presentato un rapporto molto atteso, frutto di sette anni di indagini in cui sono stati analizzati più di 150mila documenti e ascoltati più di cento testimoni.

“Nel marzo 2003 non c’era una minaccia imminente da parte di Saddam Hussein” e le circostanze con cui è stata costruita una base legale per l’intervento erano “lungi dall’essere soddisfacenti” ha spiegato Chilcot. “L’azione militare contro Saddam Hussein non era l’ultima opzione”, una “strategia di contenimento” era ancora possibile, sebbene non si potesse escludere “ad un certo punto” la necessità di un conflitto. Al contrario l’allora premier Tony Blair si schierò immediatamente con gli Stati Uniti garantendo un appoggio incondizionato all’allora presidente americano George W. Bush. Il capo della ‘Iraqi Inquiry’ (o Chilcot Inquiry come vi si riferisce la stampa) afferma quindi con durezza che “gli Usa e la Gran Bretagna minarono l’autorità dell’Onu”.

Chilcot rimprovera anche all’ex primo ministro Blair di aver presentato all’opinione pubblica le prove sul fatto che Hussein nascondesse armi di distruzione di massa “con una certezza che non era giustificata”. Prove che si rivelarono del tutto infondate. Inoltre la preparazione dei piani per l’invio delle truppe in Iraq è stata “inadeguata” per una missione così delicata e le forze armate britanniche “male equipaggiate” per l’invasione.

Ulteriore colpa di Blair è stata, secondo il rapporto, la scarsa lungimiranza nel prevedere le conseguenze della destabilizzazione dell’Iraq: non è vero, per Chilcot, che Blair non avesse elementi per prevedere il caos prodotto da un’invasione armata, così come era plausibile che gli armamenti dismessi dall’esercito iracheno potessero finire in mano a gruppi terroristici dopo il crollo del regime. L’intervento del 2003 avrebbe quindi una responsabilità diretta nell’emersione di gruppi come l’Isis.

Secondo quando riferito dalla Bbc, Tony Blair ha immediatamente risposto agli esiti del rapporto dichiarando che le decisioni a favore dell’intervento militare in Iraq furono prese “in buona fede e in quelli che ritenevo fossero i migliori interessi del Paese”. “Non credo – ha però replicato – che la rimozione di Saddam Hussein sia la causa del terrorismo che vediamo oggi in Medioriente o altrove”.

L’ex premier, che già nel 2015 in una intervista alla Cnn aveva chiesto scusa per alcuni errori di pianificazione ma “non per aver rimosso Saddam”, ha confermato di assumersi “piena responsabilità per gli errori” commessi, confessando che andare in guerra è stata “la decisione più dolorosa che io abbia mai preso”. L’ex leader del Labour ha però sottolineato che il rapporto della commissione guidata da John Chilcot “dovrebbe lasciare cadere i sospetti di malafede, menzogne o inganno” nei suoi confronti. Blair ha ribadito comunque di credere ancora che “sia stato meglio rimuovere Saddam Hussein”.

“La Gran Bretagna non dovrà mai più entrare in un conflitto in questo modo”, è il commento di un portavoce delle famiglie dei caduti britannici in Iraq. “Il processo politico con cui il Paese interviene militarmente non sia più manipolabile”. Decine di manifestanti pacifisti si sono radunati di fronte al Queen Elizabeth Centre di Londra, vicino a Westminster, chiedendo che Tony Blair venga “incriminato”. Lo slogan della protesta è ‘Bliar’, un gioco di parole col cognome dell’ex leader Labour fuso col termine inglese ‘liar’, ovvero bugiardo. Alla manifestazione ha preso parte la deputata Verde Caroline Lucas che ha detto: “Credo che Tony Blair sia un criminale di guerra”.

“La cosa più importante che possiamo fare è davvero imparare la lezione per il futuro” ha invece chiosato il dimissionario premier britannico David Cameron, commentando le conclusioni del rapporto Chilcot. “Credo – ha aggiunto – che la cosa più importante per tutti noi sia pensare: come possiamo assicurarci che i governi lavorino meglio, le decisioni siano prese meglio, i consigli legali valutati meglio? Tutto questo credo sia la miglior eredità che possiamo trarre”.