E’ il sogno proibito dei contribuenti italiani: mettere le mani nelle tasche di Equitalia, la società da tempo entrata nel mirino del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che vorrebbe cancellarla al più presto con un tratto di penna. Fallito ogni tentativo di ingentilire il rapporto con i contribuenti e in attesa che il governo sciolga il rebus sulla revisione del sistema di riscossione fiscale che verrà, dal Senato è infine giunto l’assist a sorpresa: una proposta dei parlamentari del gruppo Grandi Autonomie libertà (Gal) per tagliare da subito i compensi riconosciuti alla società di riscossione che appartiene all’Agenzia delle entrate e all’Inps. Una vera e propria dichiarazione di guerra, in attesa che al ministero dell’Economia venga trovata la quadra sui nuovi assetti. E che Palazzo Chigi rompa gli indugi.

Abbiamo predisposto un disegno di legge che frantuma definitivamente il modello di aggio calcolato in percentuale dei debiti affidati all’agente della riscossione e che riconosce il solo rimborso delle spese effettivamente sostenute e determinate secondo la tecnica dei costi standard. Una tecnica che è tanto cara alla spending review quando si tratta di revisionare la spesa sanitaria, ma che è del tutto sconosciuta ad Equitalia quando pone le proprie inefficienze e la propria fame di utili a carico dei privati”, dice Bartolomeo Pepe di Gal che prova a fare i conti in tasca alla società più odiata dai contribuenti. E che per questo si è andato a spulciare il bilancio del gruppo: al 2014 i profitti lordi erano di oltre 52 milioni di euro mentre un tesoretto da quasi 200 milioni di euro di riserve di utili erano custodite nel suo patrimonio netto.

Cifre che secondo le valutazioni di Gal mal si coniugherebbero con il sistema di finanziamento previsto dalla legge italiana. Ossia le norme che prevedono che all’agenzia siano riconosciuti gli oneri di riscossione e di esecuzione commisurati  ai  costi per il funzionamento del servizio.  “Ebbene – sottolinea Pepe –  qualsivoglia struttura economica organizzata che non operi per un compenso, ma per il solo rimborso degli oneri, deve necessariamente tendere al pareggio d’esercizio. Dal semplice rimborso delle spese non possono mai derivare profitti. I profitti dell’agente della riscossione si spiegano dunque proprio in virtù del corto circuito logico in cui è incorso il legislatore”. Che ha previsto da un lato il mero diritto al rimborso delle spese per il servizio reso, ma, contestualmente, ha  determinando tali costi “con magnifica e forfettaria generosità”.

Equitalia ha infatti titolo di percepire un aggio pari a circa il 6% dei debiti iscritti a ruolo a carico dei contribuenti. Ma – è questa l’analisi dei parlamentari di Gal – non vi sarebbe alcuna correlazione razionale fra il costo effettivo dell’attività di Equitalia e la misura dell’aggio. Per aver un ordine di grandezza l’esempio fatto è quello di un grande debitore che deve all’erario un milione di euro fra imposta, sanzioni ed interessi. Una volta che l’Agenzia delle entrate affida tali importi ad Equitalia, quest’ultima maturerebbe il diritto di esigere un aggio del 6%, quindi pari a 60 mila euro. A fronte di quali attività? Ricevere dall’Agenzia delle entrate un file e cioè il ruolo esattoriale, in cui sono indicati tutti i dati necessari alla riscossione; estrapolare dal ruolo le partite debitorie del singolo contribuente e elaborare la cartella esattoriale; inviare infine la cartella al destinatario, o a mezzo raccomandata o a mezzo posta elettronica certificata.

Ecco, per Gal, una cifra del genere non può chiamarsi rimborso spese, ma piuttosto fonte di profitto che, in quanto tale, snatura il ruolo dell’agente della riscossione: “una macchina da guerra che macina profitti mietendo contribuenti”. Non meno duro il giudizio di Gianni Cicero, presidente di Valore Impresa, il network che tiene insieme imprese e professionisti, assai interessato all’iniziativa organizzata al Senato. “L’azione coercitiva che caratterizza la funzione di Equitalia è divenuto lo strumento che sta desertificando il tessuto economico della nostra Nazione. Bisogna domandarsi quale miope politica possa ancora consentire tale ‘genocidio economico’ senza prevederne gli effetti devastanti sullo sviluppo. Bisogna al più presto inserire nell’agenda parlamentare provvedimenti mirati a una completa rivisitazione del sistema fiscale italiano che generi una tassazione non usuraia, ma sancisca anche nuove norme nella determinazione del reddito imponibile, sulla deducibilità dei costi, sulla tassazione per cassa e non per competenza per le imprese, alla revisione delle metodologie sanzionatorie a dir poco banditesche”.