Mentre a Bruxelles andava in scena il botta e risposta tra Matteo Renzi e Angela Merkel sulla possibilità di sospendere le norme sul bail in, il premier italiano aveva in realtà già ottenuto dalla Commissione europea il via libera all’Italia alla concessione di una garanzia pubblica a sostegno della liquidità delle banche. Il sistema di “supporto precauzionale” potrà essere attivato, in caso di necessità, solo fino a dicembre. L’ok è stato dato infatti domenica, a due giorni dal venerdì nero di Piazza Affari post Brexit, sulla base delle regole che si applicano agli aiuti di Stato in caso di “crisi straordinarie“. La notizia, anticipata dal Wall Street Journal, è stata confermata da una portavoce dell’esecutivo europeo. Così si chiarisce perché martedì sera il presidente dell’esecutivo Ue, Jean Claude Juncker, abbia detto che la Commissione avrebbe “fatto di tutto” per evitare qualsiasi tipo di corsa agli sportelli“, pur chiarendo che “per il momento non c’è pericolo”. 

Fonti finanziarie sentite dall’Ansa hanno commentato dicendo che l’opzione “rappresenta una rete di sicurezza utile riconosciuta subito anche in Borsa” e “diversi istituti potrebbero attivare lo schema che ha il vantaggio di non dover fornire, come si fa nelle operazioni presso la Bce, delle obbligazioni (collateral) in garanzia”. La garanzia statale può arrivare fino a un valore di 150 miliardi di euro. Due i paletti: potrà essere attivata solo nel 2016 e solo per gli istituti solvibili. La notizia è stata poi confermata da una portavoce dell’esecutivo europeo. L’Italia ha chiesto un’attivazione precauzionale dello schema, sebbene secondo la Commissione non ci si attenda che “si manifesti la necessità di utilizzarlo”.

Gettano acqua sul fuoco anche le “fonti di governo” sentite da Public Policy, secondo cui il nuovo strumento non sarà usato “necessariamente e a breve”, ma è “un dato politico importante” il fatto che Bruxelles abbia concesso il lasciapassare. Fonti del Tesoro hanno fatto spiegato che “davanti alle turbolenze dei mercati finanziari dei giorni scorsi, il governo ha ritenuto opportuno ipotizzare tutti gli scenari, anche i più improbabili, per essere pronto a intervenire a tutela dei risparmiatori”.

Gli appigli giuridici per la deroga – L’appiglio giuridico per consentire di mettere in campo soldi pubblici è l‘articolo 32 della direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie e il bail in, che consente garanzie pubbliche “a sostegno degli strumenti di liquidità forniti da banche centrali” e “sulle passività di nuova emissione” oppure “un’iniezione di fondi propri o l’acquisto di strumenti di capitale a prezzi e condizioni che non conferiscono un vantaggio all’ente” nei casi in cui sia necessario “evitare o rimediare a una grave perturbazione dell’economia di uno Stato membro e preservare la stabilità finanziaria”.

Fin dalle premesse, del resto, la direttiva sul risanamento e la risoluzione delle banche prevede che “per preservare la stabilità finanziaria, specialmente in caso di carenza sistemica di liquidità, le garanzie dello Stato sugli strumenti di liquidità forniti da banche centrali o le garanzie dello Stato sulle passività di nuova emissione per rimediare a una grave perturbazione dell’economia di uno Stato membro non dovrebbero attivare il quadro di risoluzione quando sono soddisfatte determinate condizioni”. Questo a patto che “le misure di garanzia dello Stato ottengano l’approvazione ai sensi della disciplina degli aiuti di Stato e non facciano parte di un pacchetto d’aiuto più ampio, e che il ricorso alle misure di garanzia sia rigorosamente limitato nel tempo”. Come accadrà in questo caso, visto che la deroga vale per sei mesi.

Garanzia applicabile al nuovo fondo Atlante e all’acquisto di obbligazioni da parte dello Stato – La garanzia potrà applicarsi anche al “nuovo fondo Atlante” che, secondo l’Ansa, il fondo Quaestio sta valutando di lanciare tramite un’iniezione di soldi pubblici: 500 milioni dalla Sga, la vecchia bad bank del Banco di Napoli appena passata sotto il controllo del Tesoro, 600-700 milioni da Cassa depositi e prestiti, che già contribuisce al fondo Atlante “1”, quello che ha rilevato Veneto Banca e Popolare di Vicenza in sede di aumento di capitale. Il nuovo veicolo dovrebbe occuparsi solo di rilevare i crediti deteriorati che zavorrano i bilanci degli istituti e punta a una dotazione di 5 miliardi. Le altre opzioni, secondo Public Policy, sono una garanzia sulle emissioni di bond attraverso una sorta di fidejussione, la sottoscrizione di nuovi Tremonti bond – qualcuno li ha già battezzati “Padoan bond” – e l’acquisto di obbligazioni bancarie da parte di Cdp con garanzia statale per ricapitalizzare l’istituto.