È il primo di tutti i genocidi della modernità. Non ha la disgustosa corolla ideologica, gli impressionanti numeri, la perversa e meccanica programmazione dell’Olocausto, ma in qualche modo è l’Ur-genocidio. È quello armeno, di cui è appena ricorso il centenario. Com’è noto, Adorno ebbe a sostenere l’illegittimità (l’impossibilità) di qualsiasi arte dopo Auschwitz. Per nostra fortuna aveva torto; eppure il suo monito continua a risuonare attuale, poiché ci mette in guardia contro ogni faciloneria, ogni retorica e ogni ipocrisia formale. Fare arte narrando, rappresentando un genocidio, probabilmente si può (e si deve, pensate solo a Maus, tanto per stare ‘laterali’), ma farlo richiede un livello d’intensità, concentrazione, attenzione, e direi di ‘saggezza formale’, altissimo.

Altrimenti non  solo sarà un fallimento, ma anche un inutile sgarbo a quella memoria che si voleva tramandare. Perché l’arte a questo serve, soprattutto: a combattere contro il tempo, a fare memoria. Ci prova (e a mio parere centra in pieno l’obiettivo) il compositore, regista e artista multimediale Roberto Paci Dalò (a cui è stato recentemente conferito il prestigioso Premio Napoli per la cultura) con il suo 1915: the Armenian files (Marsèll & Giardini Pensili): non solo un disco, ma uno spettacolo multimediale ed un’installazione artistica di devastante efficacia, prima di tutto nel connubio, articolato, sofferto, necessario e mai scontato, tra parole (voci) e musica. Quando si stermina un popolo si ha sempre cura di proibire, sterminare e annichilire anche la sua lingua.

Perché nella lingua risuona quel popolo, perché ogni popolo, ogni nazione, ha il suo proprio suono e fin quando quel suono sopravvive, anche solo biascicato nelle bocche di qualche anziano e di qualche bambino, sopravvive quel popolo; da quel povero suono superstite è sempre possibile far vibrare di nuovo la pienezza di una lingua che sembrava perduta. E questo è il compito dei poeti e di tutti gli altri artisti. Questo vale ancor di più per il poeta armeno Daniel Varoujan – scorticato vivo e ucciso a 31 anni nell’agosto del 1915, durante il genocidio, da un gruppo di ufficiali e poliziotti turchi – membro di quel Circolo Mehian che aveva dedicato tutta la sua ricerca linguistica e poetica proprio alla più profonda identità del popolo armeno.

Il suo Canto del pane, che aveva in tasca quando fu assassinato, fu a lungo ritenuto perduto e quando infine fu ritrovato e pubblicato a Costantinopoli, divenne il simbolo dell’identità armena e di quella generazione sterminata dalla furia turca. E le parole di Varoujan, che Paci Dalò ripropone, intessute (incistate?) tra i suoni musicali, dicono di quotidianità serene, di natura e dei suoi cicli, di speranza e di futuro, percorrendo con perizia ogni registro della lingua armena. Stabiliscono la contraddizione fondante della storia, di ogni storia, quella di ogni presente che si fa, tragicamente, futuro. Il dolore perde ogni senso senza il ricordo della serenità, della pace, della bellezza del futuro, quand’è ancora soltanto futuro, non la crudeltà del presente, né la cicatrice ancora dolente, mai del tutto chiusa del passato. Perché un genocidio – dopo essere stato – sarà per sempre. Ieri, oggi e domani.

La musica di Paci Dalò mi è sempre parsa spiccatamente articolata, ‘sintattica’, capace di narrare e di far risuonare quell’aspetto del linguaggio che neanche le parole possono esprimere, profondo e fatto di quelle vibrazioni che vengono prima e dopo il nascere di una parola. In questi Armenian files, quest’aspetto è ancora più potenziato dall’intreccio con le parole, intense, distaccate e allucinantemente ‘serene’ di Varoujan, qui colmate di echi e ‘distorte’, mescolate con materiale d’archivio e ‘graffi’ elettronici, che le rendono estremamente ‘dinamiche’ ed efficaci: direi strabiche. Le percussioni cupe e i rumori sintetici di un’elettronica estremamente curata e varia battono il tempo della crudeltà che avanza, fanno da connettivo stridente tra un ‘tema’ e un altro: alla musica sta il compito di ricordare, indicare, allegorizzare ciò che la parola non potrebbe descrivere né rappresentare.

Allora arrivano i fiati (gli immancabili, virtuosi clarini di Paci Dalò), i clangori risuonanti di infinite armoniche dei piatti, la voce che intona senza articolare e gli strumenti tradizionali a narrare ciò che non può essere dimenticato, ma che non potrà mai essere pienamente rappresentato dalla parola, perché pertiene all’ansimare del destino, all’alito disgustoso dei boia, prima che al suo alfabeto. Alla parola tocca piuttosto avere nostalgia del futuro: che è sempre compito del poeta, ma che egli non potrà compiere senza sentire ‘fisicamente’ vibrare nel suo corpo e nel suo respiro il fiato affannato della memoria, e questa è sempre e soltanto faccenda spiccatamente sonora. Paci Dalò tiene efficacemente insieme entrambi questi aspetti e realizza un’opera bellissima – tanto sonora quanto poetica – che, benjaminianamente, ricordando, vendica. E che facendo memoria prova a immaginare un futuro.