Un dèjà vu si presenta, in dimensioni più grandi, ai miei occhi quando mi soffermo a pensare alla questione migranti e alla fiorente attività economica che ci sta dietro.

Analoga gestione di sofferenze e smarrimenti avvenne, tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90 con le comunità terapeutiche e il flusso di tossicodipendenti. Anche allora, in spregio a un concetto basico di accoglienza, le comunità diventarono enormi contenitori all’interno dei quali i requisiti minimi di spazio vitale, di attenzione alla persona e di dimensione terapeutica veniva derubricata ad aspetto secondario. Anche allora, a farla da padrone, il concetto di economia di scala che spingeva i gestori ad accogliere più persone possibili, sul presupposto che in presenza di costi fissi, ogni persona in più si traduceva in guadagno.

Quella indegna storia venne superata a metà anni ’90 regolando le strutture terapeutiche non solo in termini di presenze professionali degli operatori, ma indicando in un numero massimo (30 persone) la dimensione ideale di un contesto comunitario. Basterebbe questa ultima indicazione per assopire ogni tipo di calcolo economico e desiderio di ingenti profitti. Per allontanare, di colpo, tutti gli improvvisati cooperatori che hanno scoperto il fascino della accoglienza e del sociale. Basterebbe questo semplice correttivo per evitare la corsa all’oro nero (mi si scusi la battuta) di albergatori restii a innovare la loro offerta turistica perché placidamente accomodati sulla poltrona delle entrate sicure.

Il termine magico che copre, gigantesca autoassoluzione, questo andazzo è quello dell’emergenza. Altro punto in comune con la storia delle comunità terapeutiche di allora che vissero di emergenza per almeno 15 anni. Può un’emergenza protrarsi per così tanto tempo? Non credo o meglio, può farlo se dietro a questo termine vi è la precisa volontà di non normare alcunché dimostrando che l’ accoglienza reale di persone che scappano da fame o guerre interessa poche persone.

E così si assiste al ciondolare di uomini e donne dalla vita sospesa per mesi se non anni, barcollanti tra i centri in cui sono ospiti e le strade vicine. La formazione, l’apprendimento di una lingua, l’investimento su quelle persone sul presupposto che, indipendentemente dall’ottenimento del diritto di asilo o dal ritorno a casa, per loro potrebbe essere comunque una opportunità di crescita da spendersi qui, se accolti definitivamente, o al loro paese di origine se rimpatriati, viene relegato ad aspetto marginale posto che nessuno si prende la briga di valutare, controllare, verificare.

E in questa oscillazione all’interno di un tempo indefinito, oltre ai cooperanti pascola la burocrazia e nascono carriere legali. Costellate di ricorsi pur sapendo che non vi è speranza alcuna, e di contro ricorsi per ribadire, se il malcapitato ricorrente non lo avesse capito, che lui è solo carne da macello.
Il fallimento esistenziale di migliaia di persone sarà stato, a quel punto, confezionato da chi avrebbe potuto evitarlo.