Qualsiasi programma racconta una storia, non solo le serie, i film, i telefilm, le soap opera. Qualsiasi programma consiste nel mettere in fila dei fatti, e questi hanno sì la testa dura, ma sono anche muti se non li tiene insieme il bandolo, vero o supposto tale, del racconto. Ad esempio: le donne M5S hanno stravinto a Roma e a Torino, ma saremmo fermi alla statistica se non ci addentrassimo nei perché, nei percome e ne per che cosa, cioè nel come ci si è arrivati e nel cosa ne potrebbe derivare. Negli stessi talk show, che sono la versione odierna della commedia all’italiana, i “fatti” sono la mera occasione di duelli e legnate come per le marionette al parco. L’immanenza del “racconto” in ogni comunicazione è alla base dell’industria dei “format“, che inventa (molto anche scopiazza) strutture di racconto “vuote”, prive cioè di fatti e protagonisti, ma dotate di una pura forma, che dia senso all’azione di attori, concorrenti eccetera di là da venire. Come le regole del burraco che riposano nella scatola insieme con le carte finché qualcuno non le esuma entrambe ed inizia la partita.

Coi format, che non sono solo regole di azione, ma anche di ambientazione, di caratterizzazione dei protagonisti eccetera, si fanno un sacco di soldi perché le tv di tutto il mondo ne hanno bisogno per riempire i palinsesti con cose collaudate altrove, ma riempibili con le persone e i riferimenti locali. Ora, da quando la staticità del Duopolio ha cominciato a frantumarsi, si è cominciato ad ammettere che le vendite all’estero possono essere una risorsa reale, e preziosa per ampliare le dimensioni dell’industria creativa nazionale, e l’annessa occupazione. Lo si è detto più spesso per la fiction, ma lo si può dire altrettanto per i format che potrebbero sguazzare in un mercato forse anche più ricco. Ma non si tratta di mettersi con la lanterna penzoloni a cercare i talenti ideativi, che pullulano, magari latenti.

Quello che serve è un cambio di mentalità e prospettiva del sistema delle televisioni generaliste. Di format originali ne puoi infatti ideare quanti ne vuoi, ma come per i libri e le fiction serve un editore che ti tartassi con le sue richieste, che imponga parametri di costo e di contenuto, che punti non al solo mercato interno ma anche alla quota di royalties che può provenire dal mondo. Serve, in sostanza, l’integrazione funzionale fra il broadcaster-editore e l’ideatore-produttore. Una specie di connivenza per guardare lungo, produrre i primi esemplari, metterli in onda, studiarne il pubblico, perfezionarli e, da lì in poi, se l’auditel ha dato il suo ok, farsi rincorrere dagli acquirenti del mondo intero che con le semplici “idee” non perdono un minuto, mentre le cose che hanno dimostrato di funzionare se le contendono a suon di quattrini, come insegna “Il Grande Fratello“. I fratellini d’Italia potrebbero emularlo, ma è l’intero sistema che deve provare a generarli.