LeBron James è di nuovo re: per la terza volta campione della Nba. Ma stavolta con Cleveland, la sua Cleveland, la città dove è nato (più o meno, lui è di Akron per la precisione) e cresciuto, e che non aveva mai vinto nulla. Ieri i Cavs, battendo fuori casa in gara-7 i Golden State Warriors di Steph Curry per 93-89, hanno conquistato il loro primo anello. Riscrivendo la storia della Nba, dello sport americano e di un’intera popolazione. “Torno a casa”, aveva scritto LeBron James nel 2014, per annunciare la sua seconda avventura con i Cavs. Se n’era andato 4 anni prima dopo l’ennesima delusione, per cercare il successo a Miami. Era convinto che in Ohio non avrebbe mai potuto vincere, in quella città un po’ depressa e maledetta. Cleveland, che negli Anni Venti era il quinto centro più popoloso degli Stati Uniti e ora è solo il 48esimo. Cleveland travolta dalla crisi, fallita nel ’78 e di nuovo colpita duramente dalla recessione del 2008. Cleveland famosa per essere la città dei drammi sportivi e dei grandi abbandoni. Non solo nel basket. “The Sbot“, il tiro sulla sirena con cui Michael Jordan nel 1989 aprì la sua era; dall’altra parte c’erano ovviamente i Cavs.

The Catch“, l’incredibile presa di Wilic Mays che indirizzò la World Series di baseball nel ’54 in favore dei New York Giants contro gli Indians Cleveland. “The Drive“, l’azione da 98 yard in 5 minuti con cui i Denver Broncos pareggiarono (e vinsero all’overtime) la finale di conference Nfl contro i Cleveland Browns. “The Trade“, la cessione sciagurata dell’idolo di casa Ricky Colavito, poi diventata una maledizione per la squadra locale di baseball. Ogni sconfitta ha il suo nome, da quelle parti. I Cavs non avevano mai vinto nella Nba, l’ultimo titolo Mlb degli Indians è datato al 1948, i Browns Nfl a un certo punto si erano addirittura trasferiti a Baltimora, abbandonando Cleveland. Come avevano fatto nel corso dei decenni precedenti tanti abitanti. E lo stesso LeBron James.

The Decision“, l’ultima ferita per la città dell’Ohio. L’annuncio del campionissimo di lasciare la franchigia con cui era passato professionista nel 2003 dopo sette anni fallimentari per andare in una grande: i Miami Heat di Dwyane Wade e Chris Bosh. Dove in effetti LeBron ha finalmente vinto nel 2012 il suo primo anello, bissando poi il successo nel 2013. Ma non era del tutto soddisfatto. “Sono partito in missione, per vincere. L’ho fatto, ma Miami conosceva già il sapore del successo. La mia città no”, ha spiegato. “Nel Nordest dell’Ohio è dove ho imparato a camminare e a correre, dove ho pianto e dove ho sanguinato. Il mio rapporto con questa terra va molto al di là del basket”. Per questo è tornato. Cleveland nelle ultime due stagioni non è mai stata la squadra più forte. Al primo tentativo è arrivata in finale, sconfitta 4-2 dai Golden State Warriors di Steph Curry e Klay Thompson. Sembravano imbattibili anche quest’anno, quando appena 10 giorni fa si trovavano sul 3-1. Invece i Cavs sono riusciti a ribaltare la serie (non era mai successo nelle Finals), completando l’opera a Oakland ieri notte, dove proprio Curry ha tradito i suoi, segnando “solo” 17 punti e sbagliando tutti i possessi decisivi.

La cronaca di gara-7 – tesa, brutta, fallosa, dominata da Graymond Green (32 punti e 15 rimbalzi) che però non è bastato ai padroni di casa – passa in secondo piano rispetto al significato dell’impresa dei Cavs. E di LeBron James. Lui ci ha messo tanto del suo, sfoderando due partite consecutive da 41 punti ciascuna in gara-5 e gara-6, quando Cleveland sembrava spacciata; e poi altri 27 ieri notte, conditi da 11 rimbalzi e 11 assist. L’ennesima tripla doppia, più un paio di stoppate devastanti: quella nel quarto periodo su Iguodala, con il punteggio in perfetto equilibrio, è forse l’istantanea della finale e del suo dominio psico-fisico. E anche se il vero eroe della partita, l’uomo del canestro decisivo a pochi secondi dal termine, è stato Kyrie Irving, alla fine tutte le telecamere sono corse a cercare lui. Il campione in lacrime sul parquet, di nuovo con l’anello al dito. Nel 2012 e nel 2013 a Miami aveva vinto per se stesso, per dimostrare al mondo di essere davvero il più forte di tutti. Stavolta ha vinto per il suo popolo. “Cleveland, this is for you”. Per questo è speciale.

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