Il raddoppio del gasdotto North Stream continua ad essere il tallone di Achille nei rapporti tra Russia e Italia. Al forum economico di San Pietroburgo, che si è concluso sabato 18 giugno, in molti si aspettavano l’annuncio di un accordo tra Saipem, controllata di Eni, e il gigante russo Gazprom per la costruzione del tubo che arriverà in Germania attraverso il Mar Baltico. Un accordo che coinvolgerebbe l’Italia in un progetto che di fatto la taglia fuori dalle forniture di gas moscovita all’Europa. Ma chiuderebbe il contenzioso da 760 milioni di euro pendente alla camera arbitrale di Parigi sull’annullamento del gasdotto South Stream, di cui Eni era capofila.

E invece niente. Solo tante buone intenzioni e ottimi propositi, mirati a ricucire i rapporti tra Mosca e Bruxelles nonostante le sanzioni. “Ue e Russia tornino ad essere ottimi vicini di casa”, ha detto il premier Matteo Renzi, ospite d’onore dell’evento. Sul tema dell’energia, il vicepremier Arkadi Dvorkovic ha rilanciato l’idea jolly di un’Italia hub del gas nel Mediterraneo. Sono poi state firmate lettere d’intento e Renzi ha firmato qualche contratto quadro tra gruppi italiani e russi per un totale di 1,3 miliardi di dollari.

Pochissime parole generiche invece sul gasdotto che sta spaccando l’Europa. Il presidente Vladimir Putin si è limitato a ipotizzare un possibile coinvolgimento italiano mentre Renzi ha risposto che avrebbe preferito mandare avanti il progetto South Stream, puntualizzando subito dopo che “se così non è andata, non è responsabilità della Russia né dell’Italia”. Il premier si è detto comunque “convinto che si troveranno soluzioni di buon senso”.

Dunque, al di là delle parole, ancora il nodo resta. E il motivo è probabilmente da ricercarsi nelle dichiarazioni dell’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi: “Non siamo contro il North Stream, ma le forniture di gas destinate all’Italia costerebbero di più”. Come dire: anche se Saipem contribuisse alla costruzione del gasdotto, rimarrebbero le difficoltà economiche. Perché, ha spiegato l’ad, “più il gas si allontana dall’Italia, più i costi logistici aumentano”.

La questione costi è dirimente se si considera quanto l’Italia sia dipendente da Mosca. Stando agli ultimi dati diffusi da Gazprom, nel 2016 l’Italia ha aumentato ancora di più, del 5,3%, le importazioni di gas russo. Ha così sorpassato la Turchia e si è piazzata al secondo posto dopo la Germania. “L’Italia mostra ancora una volta buoni risultati. Il Paese ha ora superato un cliente di grandi dimensioni come la Turchia e prende il secondo posto”, ha commentato l’ad di Gazprom Alexei Miller.

Dunque comprare il gas russo a prezzi bassi è un imperativo categorico e il North Stream non sembra essere la soluzione migliore. Sarà forse per questo che si è tornati a parlare dei gasdotti del Sud, il South Stream e il Turkish Stream, che porterebbero il gas da Mosca direttamente nel Mediterraneo, con costi più bassi. Lo stesso Putin ha detto di recente che “la Russia non ha abbandonato l’idea di una via Sud del gas verso l’Europa, che sia South Stream o Turkish Stream”.

Dal canto suo l’Italia, e l’Europa in generale, possono farsi forza in questo momento del fatto che la Russia ha più che mai bisogno del mercato europeo, essendo in pesanti difficoltà economiche, a causa delle sanzioni e del crollo prezzo del petrolio. Tant’è che – stando all’agenzia Bloomberg – Mosca avrebbe deciso di vendere il 20% di Rosneft, la principale compagnia petrolifera pubblica del Paese. Sul piatto ci sono 11 miliardi di dollari, che, secondo le indiscrezioni, dovrebbero venire dalla Cina o dall’India.