Fa niente se confondono l’Inter con il Milan, quanto meno per loro. Il passaggio a Suning di una quota del 68,5 per cento dell’ex club di Moratti (che esce di scena) si inserisce in un vero e proprio trend di acquisizioni in terra europea. Precedentemente, Dalian Wanda, il gruppo del magnate Wang Jianlin, aveva già rilevato il 20 per cento dell’Atletico Madrid. Lo scorso dicembre, CMC (China Media Capital) Holdings ha invece acquistato una quota del 13 per cento del Manchester City, per 265 milioni di sterline. Da buon ultimo, Tony Xia Jiantong – boss di un conglomerato che spazia in vari settori – si è portato via per 60 milioni di sterline – bruscolini – l’Aston Villa, squadra di Birmingham appena retrocessa dalla Premier League inglese.

Suning è una specie di ‘Trony cinese‘ – giusto per restare a Milano – ma infinitamente più grande. Fondatore e guida del colosso dell’elettronica al dettaglio è Zhang Jindong 30esimo tra gli uomini più ricchi della Cina con un patrimonio di 4,3 miliardi di dollari, self-made man che, come in parecchie analoghe storie di successo cinese, ha cominciato la carriera da operaio per poi mettersi con il fratello a vendere condizionatori. L’ascesa nell’Olimpo dei ricchi-ricchi è cominciata però con gli investimenti immobiliari, secondo uno schema, anche qui, tipicamente cinese. Nel calcio aveva già fatto il suo ingresso alla fine dell’anno scorso, con l’acquisizione della squadra del Jiangsu che, come già successo per il Guangzhou Evergrande, ha aggiunto al proprio nome quello del padrone. Ed ecco il Jiangsu Suning, in attesa, forse, del ‘Suning Inter‘.

Ma lo shopping cinese nel mondo pallonaro europeo non si ferma ai club. Di recente, MP&Silva è stata acquisita dal gruppo Everbright e da Beijing Baofeng. La maggioranza della società titolare dei diritti televisivi (per l’estero) della Serie A, della Premier League, dell’Nfl, della Formula 1 e di molte altre manifestazioni sportive passa ai cinesi per circa 1,4 miliardi di dollari. China Everbright è una società di servizi finanziari, un grande conglomerato di Stato che, come molte altre imprese cinesi, sta cercando di diversificare i propri investimenti all’estero, dato che le sue attività domestiche devono fare i conti con il rallentamento della crescita economica. Beijing Baofeng Technology è invece un gruppo di video online quotato in borsa, uno dei titoli più caldi della Cina prima che i mercati del Paese cominciassero a contrarsi giusto un anno fa. Nei tre mesi precedenti al giugno 2015, il suo valore azionario era cresciuto del 3.300 per cento.

Insomma, grandi manovre sulla rotta Cina-Europa. Perché? In Cina, è buona regola per gli investitori di ogni tipo – dai grandi tycoon ai piccoli ‘gnomi’ delle borse di Shanghai e Shenzhen – quella di prestare occhi e orecchie ai segnali politici che vengono dall’alto. I proclami del presidente Xi Jinping di circa un anno fa sulla necessità di diventare “una superpotenza calcistica” hanno immediatamente creato un flusso di capitali verso il mondo del football. Il messaggio è stato chiaro: investire nel pallone è virtuoso. Ma il successo sportivo è considerato fondamentale ormai da anni, cioè da quando la leadership cinese ha cercato di colmare con l’orgoglio nazionale il vuoto morale lasciato dalla fine del maoismo e acuito dall’irrompere devastante del mercato.

Mao Zedong era sportivissimo: sono famose la sue nuotate nello Yangtze come atto politico/simbolico, così come celebre è il suo racconto di una giovinezza improntata sull’attività fisica come corollario della crescita morale e intellettuale (lo si può leggere in Stella Rossa sulla Cina di Edgar Snow). Il Grande Timoniere faceva però dei distinguo: c’erano sport politicamente corretti e altri no. Irriducibile fu la sua condanna della boxe – protrattasi fino al 1987 – sport troppo violento e troppo occidentale. Le Olimpiadi pechinesi del 2008 possono essere viste invece come la data simbolica da cui “tutto fa brodo”, purché elevi lo status globale del Paese. Ai tempi, fu magnificato e rilanciato senza sosta il fatto che per la prima volta la Cina avesse superato gli Usa nel computo finale delle medaglie d’oro.

Se, nella visione di Xi, il percorso verso la nobiltà sportiva è coerente con il suo Zhongguo Meng – “grande sogno cinese” – cioè il desiderio di restituire centralità planetaria alla Cina in tutti gli ambiti, per i grandi imprenditori cinesi gli interessi sono variegati e sinergici. Primo. Se investi nello sport e contribuisci a elevare lo status internazionale del Paese, dimostri di avere colto il messaggio e di allinearti alla linea politica. Il che a sua volta restituisce vantaggi. Secondo. Investire all’estero nello sport è un buon business. Non tanto per il core business in sé, che si traduce nel gettare soldi a palate in quei pozzi senza fondo che sono i club sportivi, bensì per gli affari collaterali, in particolare la promozione del proprio brand all’estero e il buon vecchio settore immobiliare (stadi, quartieri residenziali attorno agli impianti, etc).

Terzo. I grandi conglomerati cinesi competono sul mercato domestico e cercano di fare sistema. Dalian Wanda è un chiaro esempio: con il 20 per cento dell’Atletico Madrid (acquisito nel marzo 2015 per 45 milioni di euro), l’acquisizione di Infront – cioè la compagnia che distribuisce i diritti televisivi per i mondiali di calcio – e l’entrata tra gli sponsor di primo livello della Fifa per i mondiali fino al 2030, si garantisce anche una posizione privilegiata negli spazi pubblicitari sulla televisione cinese per i prossimi quindici anni. Un circolo virtuoso. Quarto. L’investimento sportivo è un modo legittimo, anzi apprezzato, di esportare capitali all’estero. In una fase di incertezza politico-economica e di debolezza del Renminbi, è strategico crearsi una via di fuga in Paesi che consentono diversificazione del portafoglio e dove c’è certezza del diritto. Infine, c’è sempre il tormentone Milan. Il Diavolo, attualmente malmesso, resta però il club italiano più tifato in Cina e quindi un asset prezioso per qualsiasi conglomerato fosse intenzionato a ricreare il circolo virtuoso di cui sopra. Ma in questo caso, c’è un’incognita impazzita che rischia di far saltare ogni tentativo di accordo: Silvio Berlusconi. Per questo motivo, le sorti del Milan sono appese a un filo, dato che nessun cinese è intenzionato a investire nell’imprevedibilità: finanziaria, politica, caratteriale o psicofisica.

di Gabriele Battaglia