“Ma sei sicura che hai abbastanza latte?”. “Il tuo latte è acqua”. “Se tua mamma non ti ha allattato, tu nemmeno riuscirai ad allattare“.  “Il latte dopo 3 mesi se ne va”. E così via, insicurezza su insicurezza, pregiudizio su pregiudizio, mancanza di aiuto e paura, finché arriva la fatidica frase, detta magari da un camice bianco: “Ma signora lo vuole affamare? Guardi che col latte artificiale cresce bene lo stesso!”.

Dopo poche ore, pochi giorni o (se va bene) dopo pochi mesi dal parto tantissime mamme si ritrovano con la prescrizione del latte artificiale in mano. Le percentuali sono sconfortanti, (benché migliori degli anni ’80): in Italia le donne che allattano esclusivamente al seno il proprio bambino, a 4-5 mesi di vita, sono il 38%. Eppure, a parte gravi patologie materne, o rarissimi casi di allergia dei bambini al latte materno (galattosemia), tutte le donne possono (in teoria) allattare.

L’Oms raccomanda allattamento esclusivo fino a 6 mesi e integrato da alimenti fino a 2 anni. Il latte materno è un alimento vivo, ricco di anticorpi, cellule staminali, ormoni, fattori di crescita e micronutrienti. Pronto all’uso, igienico, a rifiuti zero, a km zero, a costo zero. L’allattamento, soprattutto se prolungato, è un fattore protettivo anche per la salute della mamma. Il latte materno è uno degli alimenti più democratici, perché il suo valore nutritivo è uguale in tutte le mamme, sia povere, sia ricche.

Ma cosa impedisce, in pratica, a tante mamme di allattare? Piccoli problemi e ansie che senza supporto possono diventare invalicabili montagne, pregiudizi nella rete familiare, pratiche sanitarie non corrette, politiche lavorative non abbastanza tutelanti, e su tutto, l’immane giro di interessi e corruzione che vortica intorno al latte artificiale.

Il latte artificiale non va demonizzato, può essere utile in determinate circostanze. Troppo spesso e troppo volentieri, però, le prescrizioni abbondano.

Le telecamere di Rec, domenica 12 giugno, sono entrate nell’unica fabbrica italiana di latte artificiale. Il direttore ha confessato che il costo è in media 8 euro a barattolo. Come arriva poi a costare fino a 21 euro (uno dei prezzi più alti in Europa)? Il costo nascosto è quello dei viaggi, dei tablet, degli i-Phone che gli informatori scientifici regalano ai pediatri nella speranza di essere ricambiati. Mentre in Inghilterra la Royal College of Paediatrics, abolisce ogni tipo di finanziamento da parte delle multinazionali del latte artificiale, in Italia troppi pediatri restano attaccati alle mammelle delle multinazionali. Sempre secondo Rec, tantissimi corsi di aggiornamento per pediatri hanno come sponsor ditte di alimenti per l’infanzia. La stessa Società Italiana di Pediatria ha sede presso Biomedia, uno dei più importanti organizzatori di convegni pediatrici: nelle sue casse finiscono i soldi delle ditte di latte artificiale che finanziano gli eventi.

Nel 2014 decine di pediatri, informatori e dirigenti sono stati arrestati. In molti ospedali d’Italia, nonostante la legge lo vieti espressamente, i medici indicano la marca specifica di latte artificiale inserendo un foglio nella cartella di dimissioni del neonato. A Faenza è così da anni, io per prima protestai, quando toccò a me: ”Io allatto, perché mi prescrivete il latte artificiale?” “E’ la prassi” mi risposero” Le marche sono in rotazione, per non far torto a nessuno. Un mese uno, un mese l’altro. Ma se non lo vuole usare, non lo usi.”

Non l’ho usato. Ho allattato tutti i miei figli fino a 2-3 anni e ho fondato insieme ad altre amiche un gruppo di auto aiuto sull’allattamento, per aiutare ogni mamma ad allattare. Noi, così come l’associazione Ibfan, e tante altre associazioni di mamme, ostetriche e pediatri onesti, da anni denunciamo le violazioni del Codice Internazionale sui sostituti del latte materno.

Se in Italia l’abbandono dell’allattamento materno ha conseguenze gravi per la salute pubblica, nei paesi poveri le conseguenze sono disastrose. Il film “Tigers” di Danis Tanovic, denuncia il marketing criminale delle multinazionali di latte artificiale nei paesi poveri. Mamme spinte ad abbandonare l’allattamento, costrette ad alimentare i loro bimbi con latte in polvere, senza saper leggere le istruzioni né sterilizzare i biberon, strozzate dalla povertà, diluiscono la polvere in troppa acqua e troppo sporca. E così, tra infezioni e denutrizione, i loro bambini muoiono. “Muoiono per colpa di gente come te” si sente dire Syed Aamir Raza, rappresentante della Nestlè, finché non decide di denunciare tutto.