Torna il test Invalsi. Stavolta sotto la lente dell’istituto nazionale per la valutazione del sistema scolastico sono 572.000 ragazzi di circa 30.500 classi di terza media che giovedì mattina dovranno affrontare l’esame di Stato. Una prova più impegnativa perché a differenza dei test somministrati alla primaria e alla secondaria di secondo grado, il risultato dei “quiz” Invalsi farà media. Lo sanno bene i 70.000 docenti di italiano e matematica delle oltre 5.800 scuole coinvolte che in queste ultime settimane hanno dovuto lavorare alla preparazione dei ragazzi e rasserenare i genitori preoccupati del voto finale. L’esame di fine ciclo si compone infatti di sette voti di cui il primo riguarda l’ammissione all’esame. Cinque voti sono attribuiti agli scritti ed un voto viene dato al colloquio orale: uno dei voti scritti è costituito dalla media dei due punteggi ottenuti nelle due prove Invalsi e pesa per un settimo. Va detto, inoltre, che i voti attributi ai test Invalsi vanno dal 4 al 10 per non avere un peso eccessivo sulle altre prove.

Tecnicamente la commissione esaminatrice consegnerà agli studenti due fascicoli sotto la supervisione del presidente esterno: i ragazzi avranno a disposizione settantacinque minuti per rispondere alle domande del primo fascicolo e altrettanto tempo per il secondo. Tra i due momenti è prevista una pausa di quindici minuti.

Lo scopo dei “quiz” elaborati dall’istituto è quello di valutare la comprensione di un testo di italiano, la conoscenza della grammatica oltre alle competenze matematiche. A destare ansia tra i ragazzi resta il fatto che il voto dell’Invalsi fa media. Negli anni scorsi da più parti si sono levate critiche nei confronti della scelta. La stessa fondazione “Giovanni Agnelli” che ha elaborato un dettagliato rapporto sulla valutazione del sistema scolastico italiano ha perplessità: “E’ un’anomalia che siano dentro l’esame di terza media. Va bene farli ma in un altro momento, non devono servire a valutare il singolo ragazzo, non è il loro scopo”, spiega il presidente Andrea Gavosto.

Il numero uno della fondazione conosce bene i dubbi anche dei docenti: “Gli insegnanti hanno un pregiudizio generale nei confronti dei test Invalsi che continuano a temere, convinti che servano a valutarli. Alla primaria e alla secondaria di primo grado hanno compreso che questo sistema di valutazione non ha portato ad alcuna conseguenza sul piano dei tagli degli stipendi o di licenziamenti ma alle superiori restano le preoccupazioni”.

Secondo Gavosto serve un intervento del legislatore per cambiare lo status quo: “Non è facile modificare questa situazione, serve un passaggio legislativo perché ora sono all’interno dell’esame di Stato. E’ necessaria una modifica alla legge. Con i decreti delegati il tema sarà affrontato ma non può essere un passaggio amministrativo del Miur a togliere l’Invalsi dall’esame di terza media”.

In effetti la decisione di fare una prova a carattere nazionale nell’ambito dell’ultima tappa del ciclo di studi della secondaria di primo grado è stata stabilita dall’articolo 3 del Dpr numero 122 del 22 luglio 2009. L’unica speranza per gli studenti del prossimo anno è il fatto che gli inquilini di viale Trastevere hanno avviato un’interlocuzione con i vertici dell’Invalsi per vagliare la possibilità di effettuare la prova obbligatoria al di fuori dell’esame ma comunque ad esso collegato.