Ventiquattr’ore. Tanto è bastato ai candidati della lista “Platì Res Publica” per passare da aspiranti amministratori a consiglieri di opposizione e, infine, a dimissionari. Il paesino al centro dell’Aspromonte, conosciuto come culla della ‘ndrangheta, continua a far parlare di sé, una dimostrazione di come la “democrazia sospesa” sia stata negli ultimi 13 anni frutto dei problemi di un territorio in mano alle cosche e di una politica che se ne è lavata le mani abdicando ai commissari la gestione del Comune della Locride.

La candidata sindaca Ilaria Mittiga e gli altri componenti della sua lista usciti perdenti dalle elezioni hanno annunciato che non faranno parte del Consiglio comunale di Platì. “Il nostro progetto – scrive l’ex candidata – non ha trovato la condivisione di 1275 cittadini platiesi e non si concilia con il progetto della Lista ‘Liberi di Ricominciare’. Ringraziamo di cuore i 734 elettori che ci hanno dato la loro fiducia nella consapevolezza che condivideranno la nostra decisione. Auguriamo ogni bene a Platì”.

Fin qui le poche righe affidate a un comunicato stampa. La sensazione è che alla base della decisione ci sia il timore di un possibile nuovo scioglimento per mafia (sarebbe il quarto nel giro di 13 anni. Che toccherebbe non solo il sindaco e la giunta, che di fatto guideranno l’amministrazione comunale, ma tutto il Consiglio.

Nel caso in cui il ministero dell’Interno dovesse un domani inviare i commissari a Platì, infatti, sarebbero “bollati” come sciolti per infiltrazioni mafiose anche i rappresentanti dell’opposizione. Le dimissioni eviterebbero dunque di essere coinvolti nello scioglimento per condizionamento mafioso.

Un marchio che Ilaria Mittiga conosce bene perché lo ha già vissuto indirettamente con il padre Francesco. Poco prima delle elezioni, la Commissione parlamentare antimafia si è occupata di Platì e, pur non essendoci profili di incandidabilità, nella sua relazione ha sottolineato che l’allora aspirante sindaca è figlia dell’ex primo cittadino la cui amministrazione è stata sciolta per mafia. Mentre il suo rivale Rosario Sergi, oggi sindaco, ha rapporti di affinità con esponenti della cosca Barbaro.

“Quando è venuta fuori la relazione dell’Antimafia, – dice la Mittiga – l’accusa legata a mio padre non mi ha toccato. Ma un eventuale scioglimento avrebbe riguardato tutto il consiglio comunale, maggioranza e opposizione. Nonostante questo non ho paura perché avevamo già deciso che non saremmo stati in minoranza. Non è che non vogliamo fare opposizione, ma siamo diversi come squadra. È brutto dire culturalmente diversi, ma è così”

La Mittiga, funzionaria della Regione Calabria, spiega come è maturata la scelta: “Le abbiamo già firmate anche se stiamo aspettando che ci notifichino la proclamazione. Ci siamo riuniti ieri pomeriggio e abbiamo deciso insieme di non fare parte di questo consiglio comunale. Abbiamo delle idee profondamente diverse sia per quanto riguarda il programma elettorale sia su eventuali promesse che sono state fatte. Non posso dire di quali perché sono voci di corridoio che non trovano concretezza su un foglio di carta”. Di più non è dato sapere. “Non posso dire cosa si dice in giro”, ribadisce lasciando intendere di sapere più di quello che può virgolettare. Promesse inquietanti fatte dal suo rivale? “Per me possono essere inquietanti, per altri no. Non mi fate parlare. Noi abbiamo una certa etica che non vedo in quello che è il progetto della lista ‘Liberi di ricominciare’”.

Pochi giorni prima delle elezioni anche il padre della candidata, l’ex sindaco Francesco Mittiga aveva espresso dubbi sugli avversari: “A livello politico, la lista di mia figlia è composta da giovani che sanno leggere e scrivere. Gli altri non so se lo sappiano fare”.