E’ nata la Terza Repubblica del tripolarismo, di cui Roma è la foto più nitida e chiara, a differenza di quella di Milano, dove resiste il tradizionale bipolarismo centrodestra-centrosinistra con due candidati fotocopia, dal profilo moderato: Sala e Parisi. Ma moderato e rassicurante, nonché sorridente, è anche il volto di Virginia Raggi, accolta ieri notte nel suo quartier generale al Gazometro da quasi duecento giornalisti italiani e stranieri. La Capitale è lo specchio che riflette la mutazione del quadro politico da due anni a questa parte, da quando cioè sulla scena è apparso il renzismo di governo.

La prima novità riguarda proprio il trionfo della candidata-sindaco del Movimento 5 Stelle. Oltre 300mila voti in più rispetto a due anni fa. Senza dubbio sfrutta la lunga onda della devastazione bipartisan di Mafia Capitale, ponendosi più come alternativa di governo che come voto di rabbia sic et simpliciter (e basta con ‘sta storia del voto di protesta), ma l’elemento personale ha contato eccome. Raggi, come Appendino a Torino, ha dato la percezione di una candidata non aggressiva, insomma l’esatto contrario delle Taverna o dei Di Battista. A proposito di quest’ultimo: quando a gennaio-febbraio è partita la macchina delle amministrative, numerosi osservatori si sono interrogati per giorni e settimane su motivi che impedivano ai grillini di candidare i loro Messi e Maradona, alias Di Battista e Di Maio, rispettivamente a Roma e Napoli. Chissà oggi che direbbero.

Il secondo dato di rilievo riguarda il presunto miracolo di Roberto Giachetti, che ha conquistato il secondo posto utile per il ballottaggio. Al momento in cui scriviamo a Roma lo spoglio non è stato completato. Rispetto alla coalizione che fece vincere Ignazio Marino due anni fa, Giachetti perde almeno 200mila voti. Un’enormità. Prevedibile dopo i disastri giudiziari già citati ma che per la prima volta vede un travaso di voti verso il M5s. Ecco un altro effetto: il definitivo sdoganamento dei grillini a sinistra, soprattutto nelle periferie.

Se fino a un anno fa, l’elettore di sinistra puniva il Pd astenendosi, adesso lo fa anche votando M5s e non invece le liste dalla sinistra radicale. Lo dimostra pure il dato in crescita dell’affluenza a Roma, in controtendenza rispetto alla media nazionale. Adesso, guardando al ballottaggio del 19 giugno, resta da capire se si profilerà uno scontro tra Sistema e anti-Sistema. Nella sua conferenza stampa, il premier ha “risparmiato” Silvio Berlusconi e a Napoli il forzista Lettieri, di nuovo avversario finale di de Magistris, ha già fatto un appello al Pd verdinizzato. A Roma, invece, esiste il partito delle Olimpiadi (e dei relativi affari) che mette insieme Gianni Letta, Malagò e Marchini. L’aiutino a Giachetti sarà pubblico o sotterraneo?

Terza e ultima novità è il flop della destra divisa. Se Meloni fosse andata al ballottaggio, lei e Matteo Salvini avrebbero dimostrato a Berlusconi di essere i nuovi leader della destra italiana. Non è successo e il Condannato si gode la sua vendetta perfetta: a Milano ha voluto a tutti i costi Parisi mentre a Roma ha puntato su due candidati (prima Bertolaso, poi Marchini) per non darla vinta ai due “ragazzotti” fascioleghisti. La guerra nella destra è soprattutto generazionale: da una parte l’egoismo carismatico di Berlusconi (che sopravvive solamente nella ridotta di Milano), dall’altra i rottamatori lepenisti. Nulla sarà come prima, ha minacciato comunque Meloni.

In ogni caso, la destra salviniana mostra limiti notevoli in quanto a vocazione maggioritaria: è più forte di quella dei moderati ma da sola non va da alcuna parte. Senza dimenticare che il dato di Meloni ha una forte connotazione locale, basandosi sulla storica tradizione della destra postmissina nella Capitale. Semmai, Marchini dovrà archiviare ogni speranza di rango nazionale. L’unico leader possibile si dimostra il “milanese” Parisi, federatore del centrodestra classico della Seconda Repubblica.