Il dato è netto, chiaro, inequivocabile. Ancora una volta, il Pd perde a Napoli, terza città d’Italia, prima città del Sud. E perde clamorosamente, nonostante la presenza ossessiva di Matteo Renzi in città, dei suoi ministri e di quel Vincenzo De Luca, presidente della Regione, che non ha lesinato mirabolanti promesse di investimenti. I numeri non concedono lo spazio a repliche e rendono superflue sofisticate analisi su flussi e spostamenti. Luigi de Magistris è avanti, va al ballottaggio con un patrimonio di voti del 42,6%, il Pd con Valeria Valente, candidata della discordia eletta dopo le primarie scandalo (un euro agli elettori davanti ad alcuni seggi) si ferma al 21,4, 77mila voti. Cinque anni fa il Pd candidò uno sconosciuto prefetto, Mario Morcone, il renzismo non aveva dato ancora il meglio di sé e i rottamatori alle vongole non si erano ancora impadroniti del partito, portò a casa un 19,15% e 89mila voti. Più della Valente. Crolla il Pd sotto il Vesuvio anche rispetto alle scorse elezioni regionali, quando De Luca vinse col 36,65% e il partito di Renzi raccolse il 21,02%, 60mila voti. Insomma, se Roma è una Caporetto, Napoli è la vera Waterloo per un partito che non guarda al Sud. Ed è questo il punto. De Magistris vince sulla base di una linea chiara: Napoli derenzizzata, Napoli contro le scelte del governo (vedi Bagnoli e il suo rilancio), Napoli che si oppone alle politiche sociali e sul lavoro di Matteo Renzi.

De Magistris è un Masaniello, un misto di ribellismo con venature neoborboniche e zapatismo in salsa partenopea, il sindaco ha isolato la città. Fino all’ultimo momento utile improvvisati editorialisti hanno raccontato così Napoli. Dimostrando di non aver minimamente compreso il malessere che attraversava la più importante metropoli del Sud. Un malessere che Luigi de Magistris ha saputo cogliere e incanalare dentro linee e scelte politiche. Ancora ieri nella lunga maratona elettorale, c’erano osservatori (quelli abituati a raccontare Napoli da una comoda terrazza di Posillipo) che parlavano del voto al sindaco uscente come un voto antisistema. La domanda, però, è sempre la stessa: quale sistema? E chi ha detto che le regole fissate e i confini entro cui bisogna muoversi siano quelli giusti?

Napoli ha scelto un’altra strada. Non i Cinquestelle, che si consolano dicendo che rispetto a cinque anni fa hanno decuplicato i voti dimenticando che alle ultime Regionali ebbero un risultato eccezionale, il 25,20%, oltre 70mila voti, la metà di quelli portati a casa oggi. C’è materiale per una ampia riflessione da parte dei leader napoletani del movimento, Fico e Di Maio. Il centrodestra con Gianni Lettieri può dirsi soddisfatto. Arriva al ballottaggio col 24,10%, molto al di sotto di cinque anni fa, quando sempre Lettieri al primo turno vinse col 38,52% (179mila voti), staccando de Magistris che si dovette accontentare di un 27,52.

E ora? Ora nel Pd si aprirà e subito il regolamento dei conti. Antonio Bassolino, lo sconfitto alle primarie, non starà con le mani in mano. Lo aveva previsto mesi fa, poi ha visto la sconfitta certa in un’immagine che nessun democrat avrebbe mai voluto vedere, Valeria Valente e Denis Verdini abbracciati. E “certe facce”. Si va al ballottaggio. I gruppi di potere interni al sistema di interessi del Pd appoggeranno Lettieri. Voci raccolte nei giorni scorsi parlano di accordi di reciproco scambio già fatti. La base, i giovani e le ragazze dei quartieri, i volontari che animano circoli e campagne elettorali, i vecchi iscritti del Pci e alla sinistra Dc, sceglieranno de Magistris. Come cinque anni fa, quando il sindaco arancione stravinse su Lettieri col 65,37%, 264mila voti.

Napoli ha scelto di contare e di confrontarsi alla pari col governo sul suo futuro. Da ieri Matteo Renzi e il suo partito della nazione rischiano seriamente di avere la terza città d’Italia contro. Ed è un problema. Ma lo capiranno i renziani alle vongole? Quelli che andarono per rottamare e furono malamente rottamati.