Anche se, secondo i dati Istat, nel 2015, il 35% delle donne nel mondo ha subito una violenza, non v’è alcun dubbio che la violenza, in un modo o nell’altro, riguardi quasi tutte le donne: ci sono le botte, gli stupri, gli omicidi, ma c’è pure la sopraffazione psicologica, subdola, strisciante, che demolisce e uccide quanto un colpo di pistola; e ci sono altresì il ricatto economico, la privazione di denaro per costringere alla dipendenza, la discriminazione di genere.

Chiunque si sia, peraltro, occupato di violenza maschile sulle donne sa bene che il fenomeno ha radici culturali profonde: oggi come ieri, la matrice della violenza contro le donne può essere rintracciata nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne e non è, dunque, un caso, che la stessa Dichiarazione adottata dall’Assemblea Generale dell’Onu parli della violenza di genere come di “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”. Il movente “passionale o del possesso”, stando ai dati del Secondo Rapporto Eures sul femminicidio, continua ad essere il più frequente: “Generalmente – si rileva nel dossier – è la reazione dell’uomo alla decisione della donna di interrompere/chiudere un legame, più o meno formalizzato, o comunque di non volerlo ricostruire”.

Non sembrerà, allora, inutile concentrare il fuoco dell’attenzione sulla “Carmen” di Georges Bizet e sulla omonima novella di Prosper Mérimée, da cui la prima, nel 1875, fu tratta, e farne l’oggetto di una riflessione sul femminicidio: Carmen è la prima eroina dell’opera lirica ad essere assassinata sulla scena, anche se lo si potrebbe dimenticare, stanti gli omicidi di primedonne, come Salomé e Lulu, che seguono la sua scia.

Quella di Carmen è stata spesso interpretata come una sventurata storia d’amore tra due mondi allo stesso livello, i cui destini casualmente si scontrano. Leggere, tuttavia, l’opera in quest’ottica equivale a ignorare le strutture sotterranee del potere sociale che le danno forma, poiché mentre il soggetto può apparire ripugnante, la “Carmen” è, di fatto, solo una delle molteplici proiezioni fantastiche che sottintendevano i concetti di razza, di classe sociale e gender, nel secolo XIX: al centro della vicenda c’è una battaglia, quella tra i sessi, e, sin dall’inizio, la donna è individuata come il nemico. Più che esplicita l’epigrafe al testo della novella di Mériméé, esatta da un passo del greco Pallada, su ciò di cui parla la vicenda: “Ogni donna è amara come il fiele, ma ognuna ha due buoni momenti, uno nel letto e l’altro nella tomba”.

Lo stesso campo di battaglia, il territorio che ossessiona soprattutto la scrittura di Mériméé, non è altro che il corpo della donna, poiché lungo l’evolversi della storia si presenta costantemente il problema di chi lo possiederà. La Carmen dell’opera lirica è certamente “addomesticata e contenuta”, come promesso da Ludovic Halévy, autore del libretto con Henri Meilhac, rispetto allo stesso personaggio della novella di Mérimée: le attività criminali, per esempio il furto, sono omesse; Carmen, inoltre, non è più il capo dei contrabbandieri, ma obbedisce semplicemente all’autorità di Dancaïre; e se la Carmen della novella è anche una guaritrice che rischia la propria incolumità per salvare gli altri e la sua intelligenza si mostra nel suo modo diretto di conversare, il personaggio che emerge nell’opera agisce quasi esclusivamente seguendo il modello della femme fatale: la sessualità molto enfatizzata nella novella, costituisce praticamente la sua sola caratteristica per i primi due atti dell’opera.

Il suo fascino, non di meno, è il fascino di Satana, di fronte al quale Don José è senza difese, dunque costui non può essere giudicato responsabile delle sue azioni. E quando Carmen gli dice che dovrebbe lasciarla, perché lei sarà la causa della sua impiccagione, lui non è in grado di separarsene, perché lei lo ha stregato. Ucciderla, quindi, diventa un atto finale di disperazione, l’atto necessario per ristabilire ordine e controllo. Insomma, Don José deve essere compatito e Carmen biasimata.

Non è affatto logico, però, che Carmen meriti di essere stigmatizzata: le si attribuiscono caratteristiche che in altre circostanze sarebbero state degne di lode e, invero, autenticamente maschili. Il “crimine” per cui la donna è arrestata, lo sfregiare il volto di un’altra donna, non sarebbe stato inteso come un crimine se commesso da un maschio. L’onore e l’integrità di Carmen sono messi in discussione dalle altre donne, che l’accusano di essere una prostituta: come un qualsiasi uomo, francese o spagnolo, Carmen reagisce con forza e si difende prontamente con la sua arma. Dopo l’arresto, per poter fuggire, Carmen usa la tecnica di stabilire un legame, parlando la stessa lingua di chi l’ha catturata.

La percezione di aver costituito un legame, di aver contratto un debito con Don José per averla lasciata fuggire, la porta all’inizio a pagarlo con una moneta a lei congeniale. Per Don José, tuttavia, il mezzo preferito di scambio è il possesso, non la libertà. Qui sta il fraintendimento tra i due. Carmen pensa che ciò che ha concesso liberamente per ripagare quanto considera un obbligo, la liberi dall’obbligo stesso. Don José, al contrario, considera il suo comportamento come segno del fatto che ora egli possiede Carmen e che la donna sia in debito verso di lui per sempre.

Sono passati 171 anni dalla pubblicazione della “Carmen” di Mérimée, ne “La Revue des deux mondes”; ne sono passati 141 dal debutto della “Carmen” di Bizet; ben 25 sono i secoli che ci separano da Palamida. Eppure, da allora, nulla sembra sia cambiato, se alla luce degli studi condotti sulla violenza di genere sarebbe riduttivo pensare che tutto sia legato alla corporeità, là dove, purtroppo, la violenza si annida nelle relazioni, nell’idea del possesso degli uomini nei confronti delle donne, nella loro incapacità di gestire abbandoni e sconfitte. Comprensibile, dunque, che la convenzione di Istanbul, all’art. 14, preveda l’introduzione nelle scuole di ogni ordine e grado di una forma di educazione all’affettività e che il Consiglio d’Europa abbia formulato l’ulteriore invito di tenere conto delle trasformazioni sociali e passare, quindi, dall’educazione sessuale a quella sentimentale, che la contempla al suo interno.