Prima di argomentare, una premessa. Quando come coalizione di cittadini e di associazioni decidemmo di scendere in campo in primis per chiedere maggiore trasparenza e affidabilità agli organismi democraticamente eletti, tutto avremmo pensato che non di dover controargomentare a un giornalista. Pensavamo che, come accade in altri Paesi a democrazia avanzata, i media convenzionali (come la Bbc, il Guardian, El Pais per citarne alcuni a ragion veduta) avrebbero colto la palla al balzo a partire dalla loro autorevolezza per chiedere conto a chi sta negoziando dei punti critici, e non propriamente a quella società civile che in modo il più possibile approfondito chiede chiarezza e spiegazioni. Ma anche questa è Italia.

Riproviamo ad argomentare, tentando di essere più chiari, ripartendo dalla questione carne agli ormoni: che l’Unione Europea sia stata trascinata in una guerra economica (fatta di ritorsioni commerciali) è solare. Che abbia scelto di fare muro in seguito anche alle pressioni delle associazioni di consumatori e degli allevatori europei fino alla risoluzione (temporanea) della situazione è altrettanto solare. Quello che si voleva mettere in evidenza, ed è un peccato che al vicedirettore sia sfuggito, è che è proprio l’inserimento del Codex Alimentarius come organismo di riferimento inseriti nel capitolo sugli standard sanitari e fitosanitari (SPS) dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) che ha permesso tutto questo. Gli standard meno stringenti del Codex sono stati presi ad alibi per far condannare l’Unione Europea per distorsione del mercato.

L’Europa ha tenuto botta? Certo, facendo pagare centinaia di milioni di dollari in ritorsioni commerciali (come innalzamento di dazi) ai propri produttori, varrebbe la pena forse capire che ne pensano. Quello era uno scenario Wto dove i contenziosi sono tra Stato e Stato. Vogliamo ripetere la stessa situazione nel Ttip, magari nei contenziosi investitore – Stato, visto che la Commissione sta sostenendo anche qui il Codex come organismo di riferimento?

Bisognerebbe chiederlo al Canada, che risulta essere uno dei Paesi più denunciati al mondo davanti a un Isds secondo lo studio del Canadian Centre for Policy Alternatives (CCPA) con 35 cause al 1° gennaio 2015. Il motivo? Forse che le province canadesi sono ostili al libero mercato? In verità è perché nella maggior parte dei casi le aggressive aziende statunitensi (ma anche canadesi, come la Lone Pine Resources, che aveva una sede legale nel Delaware) hanno trovato sponda nel Nafta, l’accordo di libero scambio tra Usa, Canada e Messico, e negli iperinterpretabili criteri su cui si basa l’ISDS previsto, il cosiddetto Chapter 11.

Per questo il Canada ha dovuto spendere più di 170 milioni di dollari in compensazioni nelle sei cause che ha patteggiato o perso. Anche quando lo Stato ha ottenuto ragione dagli arbitri, le sue spese legali sono risultate altissime. Lo studio del Ccpa stima in 65 milioni di dollari i costi sostenuti dal Canada per difendersi negli ultimi 20 anni. Caro Feltri, gli Stati non vincono mai. Perché non stiamo parlando di una partita di calcio dove chi segna porta a casa la coppa, ma di un contenzioso dove entrambi sopportano spese legali. Sa qual è un famoso caso dove il Governo l’ha spuntata? Philip Morris contro Australia per l’etichettatura sui pacchetti di sigarette. La multinazionale non ha ottenuto il ritiro della normativa, ma il Governo australiano ha dovuto comunque pagare oltre 50 milioni di dollari per difendersi per una singola causa.

L’Isds, argomenta Feltri, serve proprio a quello, citando la Vattenfall. Peccato che non citi il caso Foresti e De Carli contro il Sudafrica. Descriviamolo. Nel 2004 il Sudafrica post-apartheid approva la legge sullo sviluppo delle risorse petrolifere e minerarie. Tra le altre cose, essa impone che il 26% delle quote delle compagnie minerarie del Paese venga detenuto da sudafricani neri. Due anni più tardi, un gruppo di investitori italiani, che insieme controllano la maggior parte dell’industria del granito in Sudafrica, presenta un ricorso arbitrale contro lo Stato. La nuova legislazione, sostengono le famiglie Foresti e Conti, ha illegittimamente espropriato i loro investimenti, violando anche il principio del “trattamento giusto ed equo”. Questo permette loro di chiedere 350 milioni di dollari a titolo di risarcimento. Il caso si interrompe nel 2010, quando gli investitori ritirano improvvisamente tutte le richieste accettando di pagare le spese legali. Hanno ottenuto un accordo con il Governo, che rinuncia ad applicare la legge, consentendo loro di trasferire solo il 5% delle quote a sudafricani neri. Peter Leon, uno degli avvocati di Foresti e De Carli, dichiara che «nessun’altra società mineraria in Sudafrica è stata trattata così generosamente».

Forse il vice direttore può convenire sul fatto che qui non si sta parlando di una pura difesa degli interessi legittimi di un investitore, ma di qualcosa che va ben oltre e che tocca questioni legate al diritto e allo spazio di regolamentazione di un Governo, come esplicitato persino Alfred de Zayas, esperto indipendente delle Nazioni Unite, nel suo rapporto presentato all’Assemblea Onu nel 2015 sottolinea le forti criticità dell’Isds.

La questione dell’Isds come strumento per attirare gli investimenti è stata confutata in molti ambiti, peccato che Feltri non ne abbia consapevolezza. Il Brasile, per esempio, pur avendo concluso 20 Accordi Bilaterali sugli Investimenti che contengono la clausola Isds non ne ha ratificato neppure uno, evitando così di essere sottoposto ad arbitrati. Eppure il Brasile rimane il principale attrattore di investimenti dell’America Latina e dell’area Caraibi. Peraltro è stato ampiamente smentito da fonti autorevoli che la presenza di arbitrati influenzi positivamente il flusso di investimenti, visto che sono l’ambiente generale e le politiche economiche ad avere maggiore influenza. Considerato inoltre che Paesi come il Sudafrica, l’Indonesia, l’India e il Brasile stanno ripensando profondamente la questione (ma anche l’Unione Europea, sebbene con una riforma per noi non accettabile), questa difesa a spada tratta dell’Isds da parte di Feltri appare molto di retroguardia e incomprensibile.

La presunzione per cui chi è contro l’Isds nel Ttip è anche contro la Corte di Giustizia europea si spiega da sé per la sua inconsistenza. I movimenti Stop Ttip chiedono che le imprese siano trattate come i comuni cittadini nella difesa dei loro diritti legittimi, magari rivolgendosi alle corti ordinarie ed eventualmente alla Corte di Giustizia Europea (opzione già possibile). Ricordiamo al vicedirettore che in questo caso stiamo parlando di un sistema istituzionalizzato e inserito nell‘equilibrio dei poteri di ogni democrazia moderna. Equilibrio che arbitrati come l’Isds mettono in discussione, creando figli e figliastri.

Sui dati rispetto a chi vince e chi perde, non possiamo fare altro che ribadire la nostra posizione: gli Stati in un Isds non vincono mai, al limite non perdono. I numeri vanno analizzati disaggregando le sentenze sulla giurisdizione e quelle di merito, come abbiamo fatto nel precedente articolo.  Fonti autorevoli parlano dei rischi per la giurisprudenza e per lo spazio politico dei Governi, come il giurista già advisor all’interno di arbitrati Gus Van Harten, che ha ispirato la risoluzione del Parlamento Europeo in vista della Conferenza Onu sul clima di Parigi. Oppure studi e ricerche come quelle di Alessandra Algostino, docente di diritto costituzionale all’università di Torino, le prese di posizione del National Caucus of Environmental Legislators, formato da membri eletti di diverse legislature statali statunitensi o quelle della Senatrice democratica Warren, che ha fortemente criticato l’inserimento della clausola Isds sia nel Ttip che nel Tpp.

Per ultimo, vale la pena sottolineare che l’ambito su cui si sta concentrando il vicedirettore Feltri è solo uno dei vari aspetti critici del trattato: c’è la questione degli standard ambientali e sociali, che non cita. C’è tutto il dispositivo di armonizzazione dei regolamenti con la sua pletora di comitati tecnici. Insomma, c’è molto su cui discutere, al di là dell’Isds. I giornalisti, caro Feltri, dovrebbero sì cercare la verità. Ma per farlo devono uscire dalla logica di schieramento valutando tutte le fonti, evitando di argomentare nella maniera un po’ partigiana del Ministro Carlo Calenda e magari non insultando i propri interlocutori: la Campagna Stop TTIP Italia non é formata né da stupidi, né da persone in malafede. Sta semplicemente presentando dati e fonti affidabili ad un giornalista forse poco informato.