Si dice “garante per le persone private della libertà personale”. S’intende chi entra nelle carceri per capire, parlando con i detenuti, cosa si può fare per migliorarne le condizioni. E no, non è uno di quei compiti da svolgersi al riparo di una scrivania e dietro lo schermo di un pc. E nemmeno un ruolo per cui è sufficiente il pelo sullo stomaco. Ecco perché, quando si pensa alla scelta del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia di affidare questo incarico a Pino Roveredo, operatore sociale e scrittore che ha vinto del Premio Campiello con Mandami a dire, accanto all’aggettivo “coraggiosa” bisogna necessariamente anche mettere l’aggettivo “giusta”.

Una decisione azzeccata perché Roveredo è l’unico garante italiano ad essere anche un ex detenuto. Ma il coraggio non è abbastanza. “Io devo sicuramente bussare qualche volta in meno, per farmi aprire le porte della confidenza dei reclusi… ma non vuol dire che per me sia facile”. Non sono trascorsi nemmeno due dei cinque anni di incarico e il primo bilancio del garante per i diritti dei detenuti del Fvg non è positivo. “Nel mio programma avevo chiesto cose che sono ben lontane dal concretizzarsi e infatti ho minacciato le dimissioni già due volte, anche se più per provocazione“.

Se gli si chiede di fare un elenco il più breve possibile sulle cose che non funzionano, Roveredo costruisce un podio dove il sovraffollamento da una parte e il sottodimensionamento di personale dall’altra (che causano un gran numero di suicidi sia tra reclusi che tra agenti penitenziari), seguono a ruota il limbo dell’attesa. “Il 40% delle persone che sono in prigione sono in attesa di giudizio, il che significa che possono anche passare 6, 7 o 8 anni prima di sapere se si sarà giudicati colpevoli o innocenti ed eventualmente conoscere la propria pena”. Anni in cui cresce l’inedia a pari passo del rancore. “Riempire quel vuoto significa prima di tutto dare un senso alle giornate dei detenuti”. E fa l’esempio delle attività di formazione nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo, dove la maggior parte dei reclusi sconta una pena di ergastolo.

Lui che “dall’altra parte” ci è stato e ha vissuto sulla sua pelle tutte le falle del sistema italiano, ha ben chiaro da dove bisognerebbe partire. E non solo per rendere più dignitoso il periodo di detenzione, ma anche e soprattutto per limitare il rischio di recidiva e per livellare il disagio sociale (leggasi alcolismo, tossicodipendenza e depressione) in cui cade chi esce dal carcere. Il punto di partenza, ammette con cognizione di causa Roveredo, finito in carcere la prima volta per tentato furto d’auto, è riempire il niente da fare, “il nemico numero uno di tutti i detenuti”. Bisogna quindi “dare la chance a quelli che escono di essere reinseriti nella società, anche se il carcere non ti si cancella mai di dosso”. Li chiama “mestieri utili”, Roveredo. Quelli che ti permettono, una volta fuori, di avere un biglietto da visita che la società accetta senza storcere il naso. Come il laboratorio di pasticceria attivo dal 2005 nella casa di reclusione di Padova, che offre formazione e lavoro retribuito a più di 100 detenuti, e abbatte in modo clamoroso le percentuali di recidiva: dalle punte del 90% dei casi fino a un miracoloso 0,01%. La domanda più ovvia, perché non istituzionalizzare questo tipo di attività in ogni istituto italiano, ha una risposta altrettanto scontata. “Siamo in Italia, qui è tutto difficile”.

Roveredo, che è nato nel 1954 a Trieste, ha cominciato proprio dalla sua città a cambiare le cose, insistendo per la riapertura della macchina per la panificazione che era stata chiusa per le proteste di alcuni commercianti. “E pensare che in molti vendevano pane che veniva dall’estero… eppure quello del carcere gli dava fastidio”. E se questo episodio dà la misura del pregiudizio dei cittadini, per Roveredo l’ostacolo più grande è l’indifferenza dei politici. “Una riforma c’è, ma non ci sono né i mezzi né l’interesse di attuarla: il carcere è un’istituzione illegale, il luogo più impopolare per i politici, che si limitano a fare un indulto ogni tanto che ha il solo scopo di svuotare celle che tornano a riempirsi subito dopo”. E se il disinteresse delle istituzioni viene in parte colmato dall’intervento delle associazioni, la considerazione finale di Roveredo non lascia scampo all’irresponsabilità dello Stato nei confronti dei detenuti. “Abbiamo dato loro attimi di riflessione. Ma non li abbiamo salvati“.

Anna Dazzan