Cambiate idea, si sentono ripetere, voi che non l’avete cambiata mai. Cambiate idea, voi che per le idee, per questo posto dove stiamo, avete messo in gioco il vostro futuro, la vostra giovinezza, i vostri amori. Cambiate idea, voi che non avete fatto altro che difenderla per tutta la vita: difendere una parte, quella di chi ci ha consegnato l’Italia meglio di com’era. Vi chiamate partigiani, sì lo sappiamo, ma cambiate parte, venite di qua. La sinistra, quella “vera”, è per il sì, venite con noi, dice il Pd all’associazione dei partigiani. Ma loro niente. E in Italia – anche in quella di Renzi – suona strano che uno non passi da una parte all’altra. I partigiani c’hanno questa cosa della coerenza, non li smuovi: al congresso in 347 hanno votato la relazione che ha ribadito che l’Anpi difende la Costituzione così com’è e quindi al referendum sarà per il no. E ora lo fanno, difendono la Costituzione. Carlo Smuraglia, il presidente dei partigiani, ci riprova, magari non hanno capito: “Il nostro statuto, di ente morale – scandisce – ci impone di difendere la Costituzione: dice testualmente nello spirito con cui è stata elaborata dai costituenti”.

Da mesi, per il fatto di esprimere un’opinione, l’Anpi si sente trascinata per i capelli nel pantano di una polemica che non ha mai voluto né iniziato. “Basta provocazioni” scongiura ora Smuraglia, un signore che ha fatto per tutta la vita l’avvocato del diritto del lavoro e per un po’ di tempo anche il parlamentare. Smuraglia sa come funziona la politica ciarlona e cialtrona: slogan, frasi a effetto, sempre al limite, a volte oltre. “Basta provocazioni” ripete.

Lo sono state fin dall’inizio, in una strategia comunicativa sorprendente per chi, come gli attuali vertici del Partito democratico, è di solito attento a evitare boomerang. Invece, da mesi, il Pd ha cercato di deviare il cammino dell’Anpi, dando risonanza e centralità alla presa di posizione di un’associazione con 150mila iscritti, fino a quel momento inosservata, ignorata. Il Pd renziano c’ha provato e riprovato, mai apertamente. Sempre con stoccata e rinculo. Come l’ultima volta, l’ennesima. “L’Anpi sicuramente come direttivo nazionale ha preso una linea, poi ci sono molti partigiani, quelli veri, che voteranno sì” dice il ministro Boschi. Dopo poche ore si è difesa parlando di “parole strumentalizzate”, che hanno subito ricordato altri tempi, di prima del matteorisponde.

Ilfattoquotidiano.it aveva raccontato molte di queste rappresaglie verbali dei democratici più fedeli alla linea nei confronti delle sezioni locali dell’Anpi. Era un mese fa, in occasione della Festa della Liberazione. Ma non ci voleva la palla di vetro. “Che c’entra l’Anpi con il referendum sulle riforme?” aveva cominciato a dire in Toscana un paio di mesi fa Dario Parrini, deputato ultrarenziano e segretario regionale del partito a Firenze. Un collega emiliano, Giuseppe Paruolo, consigliere regionale a Bologna aveva definito “singolare” che l’Anpi si esprimesse sulla riforma della Costituzione. Anzi aveva paragonato l’associazione dei partigiani a “un’associazione di donatori del sangue“. Ma da locale la rissa con i partigiani alla fine è diventata nazionale.

E’ successo dopo che anche Fabrizio Rondolino si è preso a male parole con Smuraglia, colpevole di aver ribadito al Fatto che l’Anpi avrebbe detto di votare no al referendum, sai che novità. Scusi, ma votate con Salvini e Brunetta, gli fecero notare: “Nella Resistenza ci sono stati anche i monarchici – rispose lui – e in uno degli articoli più amati, l’articolo 11, il termine ripudia (la guerra, ndr) fu voluto dal rappresentante dell’Uomo Qualunque, al posto del più morbido ‘rifiuta’”. “La mia idea – concluse – è che bisogna essere sempre vigili, la democrazia non va mai a riposo”. Ma a Rondolino questa cosa della democrazia non era andata a genio e gli rispose usando le pagine dell’Unità, lo stesso giornale che ora ha messo sotto procedimento disciplinare un cronista colpevole di aver difeso le idee di Berlinguer. “Scomodare la Resistenza, l’antifascismo, i partigiani per criticare la riforma del Senato è prima di tutto, un insulto alla Resistenza, all’antifascismo, ai partigiani” aveva scritto Rondolino, dall’alto di Rondolino. L’Anpi aveva scritto furente all’Unità, aveva sollecitato una risposta del direttore, Erasmo D’Angelis. D’Angelis non ha mai pronunciato una parola.

Il governo alla fine ha sposato la linea di Rondolino. Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi si presenta a una delle prime iniziative dei comitati per il sì e la butta lì come se fosse il boccino: “Fa un po’ strano”, dice, che nel fronte contrario alle riforme costituzionali “ci siano anche pezzi della sinistra che incarnano certi valori a difesa della Carta e votano insieme a Casapound al referendum”. Cuperlo protesta, lei conferma: “Io ho più volte sentito equiparare chi vota sì alle riforme a Verdini. Io mi sono limitata a constatare che chi voterà no lo farà assieme a Casapound”. Specchio riflesso, chi lo dice lo è.

L’Anpi parla da mesi con i sordi e l’età non c’entra. Settanta senatori del Pd – anche tra coloro che non sono nella cerchia degli ultra renziani, come Valeria Fedeli e Anna Finocchiaro – hanno chiesto all’Anpi “di non perseverare sulla linea del no senza un confronto dialettico con gli aderenti all’associazione che intendano invece sostenere le ragioni della conferma referendaria e impegnarsi a favore del sì, nella convinzione di concorrere a rafforzare la democrazia”. Ma il “confronto dialettico” c’è già stato, con un congresso a Rimini, dopo che tutti gli iscritti dell’associazione hanno potuto esprimersi nelle sezioni in tutta Italia: 347 sì e 3 astensioni. Anzi, “forse il nostro metodo sarebbe un esempio da seguire per tutti”: cioè partecipare, decidere e mantenere quello che si decide, che si dice. Sono altrove quelli che assicurano che non diventeranno mai presidente del Consiglio senza passare dalle elezioni. L’Anpi ha deciso e non distorce le volontà di chi vuole dire sì, come Diavolo, il comandante reggiano Germano Nicolini, che a 97 anni non ha “nessuna voglia di stare in compagnia di Salvini, di Casapound, del comico e della Meloni”.

13260288_10206991367085153_1871884106703427992_nCosì il messaggio diventa che quelli che votano no sono partigiani un po’ finti. Ma “nessuna gaffe” assicura Renzi. In realtà l’unica cosa che il partigianio è davvero è che è paziente, forse per quella cosa del non mollare mai. Ricomincia daccapo: difendere la Costituzione “è un obbligo, è un dovere”. E questa volta ci rimane male il presidente emerito della Repubblica, il primo ispiratore della riforma della Costituzione dalla posizione scomoda di chi non ebbe la sorte di fare la Resistenza. “Ci vuole libertà per tutti – dice il senatore a vita Giorgio Napolitano – ma nessuno però può dire: io difendo la Costituzione votando no e gli altri non lo fanno”. Dire questo “offende anche me. Mi reca un’offesa profonda“. 

L’uso della storia, come quello dei “partigiani veri”, alla fine prende un po’ la mano. Qualcuno tra i tifosi del segretario-presidente ha l’idea di chiedere aiuto a qualche grande vecchio e si ritrova a far parlare in piccoli manifesti chi non c’è più, Pietro Ingrao e nilde-iottiNilde Iotti, in stile wikiquote. La figlia di Ingrao protesta, dice che quella frase di suo padre è presa fuori dal contesto. Per rispondere Alessia Rotta, pretoriana renziana, sostiene che con le frasi di Ingrao uno ci può fare più o meno quello che gli pare.

Ma la politica non c’entra, si danna Smuraglia, c’entra la Costituzione, la Costituzione e basta. “Io a mandare a casa Renzi non ci penso nemmeno: se politicamente qualcuno vuole trarre delle conseguenze è affare della politica, non nostro. Il governo sta in carica finché gode della fiducia del Parlamento”. Chi se ne frega di cosa succede a Renzi, se da mesi ripete che se perde si dimette. Chi se ne frega di cosa succede a Renzi. Ecco, forse è questo che non sopportano nel Pd.