E’ il lago che si prende le prime righe dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni. Le sue sponde furono il teatro dell’arresto e della fucilazione di Benito Mussolini nel 1945. E più prosaicamente, a pochi passi dalla riva ha deciso di prendere casa l’attore George Clooney. E’ il gioiello di Como, eppure da otto anni i comaschi non possono neanche vederlo. Il lungolago di Como, infatti, dal 2008 è deturpato da un cantiere al centro di una lunga vicenda giudiziaria, che ha coinvolto anche l’attuale e il precedente sindaco della città. Sono i lavori per la costruzione delle paratie anti-esondazione, il piccolo Mose in versione lariana, partiti, bloccati, ripartiti e ora ancora fermi. E così, su iniziativa del giornale locale La Provincia, sono pronte 80mila cartoline da inviare al presidente del Consiglio Matteo Renzi, chiamato in causa come “l’unico che può intervenire con la nomina di un commissario straordinario“. All’appello hanno risposto migliaia di cittadini comuni, ma anche artisti, sportivi, uomini di cultura.

“Rivogliamo il nostro lago!”: questo il messaggio contenuto sulle cartoline raffiguranti un lago “non – visibile”, ingabbiato dietro le recinzioni del cantiere. Il quotidiano ha allegato alle proprie uscite i biglietti che in questi giorni i lettori stanno firmando e inviando a Roma. Ma l’appello a Renzi viaggia anche sul web. E’ infatti possibile scattare un selfie con la cartolina firmata spedendolo via email, sui canali Facebook e Twitter del quotidiano con l’hastag #rivogliamoilnostrolago. Accanto ai comuni cittadini, all’iniziativa hanno aderito anche volti noti come gli architetti Daniel Libeskind e Stefano Boeri, il cantautore Davide Van De Sfroos, l’ex calciatore Gianluca Zambrotta, lo chef Gualtiero Marchesi.

Per risalire alle origini dell’odissea comasca, bisogna tornare indietro di oltre vent’anni. Il 25 luglio 1995, la giunta di Como approva il primo progetto dell’opera. Ma bisognerà aspettare il 2004 per la prima gara per appaltare i lavori, che andrà deserta. Al secondo tentativo, i lavori sono assegnati all’impresa Saicam, la seconda classificata, colosso dell’edilizia idraulica già coinvolto nello scandalo del Mose: la prima, infatti, viene esclusa per irregolarità. L’appalto vale 15 milioni di euro. I cantieri si aprono l’8 gennaio 2008, con l’idea di durare poco più di tre anni. Ma già a settembre del 2009 scoppia il caso del “muro“. Lungo la riva si erge una barriera di cemento alta due metri, che nasconde il lago alla vista e suscita le proteste dei cittadini. Nel giro di pochi mesi, la procura apre un’inchiesta (poi archiviata) per abusi edilizi e reati ambientali e si dimette l’assessore ai Lavori pubblici Fulvio Caradonna. L’anno dopo, il muro viene rimosso, ma le disavventure del lungolago continuano.

Nel frattempo, la giunta cambia colore politico: dal centrodestra di Stefano Bruni al centrosinistra di Mario Lucini. Il nuovo sindaco, nel dicembre 2012, blocca i lavori per proporre un progetto alternativo: ma non ripartiranno più. Intanto entra nella partita anche la Regione Lombardia di Roberto Maroni, che nel 2013 mette sul piatto 11,5 milioni di euro per chiudere i lavori.

E il nuovo progetto finisce sotto la lente dell’Anac di Raffaele Cantone, che nel gennaio 2016 chiude la sua istruttoria. L’Autorità segnala “numerosi scostamenti dalle regole del codice dei contratti pubblici, la carente conduzione tecnica e amministrativa dell’esecuzione del contratto, oltre ad errori in parte già riferibili al progetto originario.”. E ancora, si sottolinea “l’inopportunità della più recente nomina del direttore dei lavori“, con un passato lavorativo proprio in Sacaim. Così l’Anac ha inviato una relazione alla procura e alla Corte dei Conti.

Tre giorni dopo, l’11 gennaio, i pm ordinano perquisizioni e acquisizioni di documenti in Comune, in Provincia, in Regione Lombardia e alla Soprintendenza per i beni architettonici e le attività culturali. Sono indagati i due sindaci Lucini e Bruni, oltre a quattro dirigenti comunali e due di Sacaim. I reati ipotizzati sono abusi edilizi e ambientali, oltre all’illecita turbativa con mezzi fraudolenti, promesse e collusioni: secondo la procura, “si è proceduto all’artificioso frazionamento degli incarichi in violazione della normativa sui contratti pubblici“. Insomma, sostengono i pm, l’amministrazione ha spezzettato i lavori per affidarli senza appalto. Risultato: a otto anni dall’inaugurazione, il cantiere rimane fermo. Finora le casse comunali hanno sborsato 11 milioni euro, ma lo stesso Comune prevede che la spesa finale triplicherà: i costi finali previsti ammontano a 32,9 milioni di euro. Mentre il lago rimane nascosto dietro a un’inferriata.

Foto di Carlo Pozzoni