La sua sembrava una storia da fiaba, di quelle da portare nelle scuole calcio per spiegare come ce la si possa fare nuotando controcorrente. Una storia di periferia, povertà e problemi famigliari, quella di Armando Izzo, su cui ora si staglia un’ombra, con le inchieste della Dda napoletana e la sua iscrizione nel registro degli indagati. Il difensore del Genoa e della Nazionale nasce a Scampia, insegue un pallone per le strade ‘sgarrupate’ della periferia napoletana come migliaia di altri ragazzi. Ma ha talento, si vede, e papà Enzo, che se ne andrà pochi anni dopo in seguito a una malattia, lo porta all’Arci Scampia, uno dei simboli della lotta all’emarginazione e alla Camorra nella periferia del capoluogo campano. Lì nasce l’Armando Izzo calciatore, nonostante manchino persino i soldi per la retta. A 11 anni finisce nelle giovanili del Napoli, vince lo scudetto con la Berretti, assaggia la Serie A con Walter Mazzarri. Nel mezzo aveva anche deciso di dire addio al calcio, dopo la prematura scomparsa del padre, per dare una mano alla madre e ai quattro fratelli. Lo hanno aiutato, soprattutto il suo procuratore Paolo Palermo, e alla fine ce l’ha fatta. Triestina, Avellino, poi la grande chance con il Genoa e le porte di Coverciano che si aprono grazie alle ottime prestazioni il club rossoblù.

Oggi l’accusa più grave in quella che era stata finora un’esemplare storia di riscatto grazie al calcio: “Concorso esterno in associazione mafiosa”. Izzo, secondo il racconto dei pentiti, avrebbe dato una mano al clan dei Vinella Grassi, con il quale è imparentato, per combinare due partite di Serie B, ai tempi dell’Avellino. E si sarebbe reso disponibile, alcune stagioni prima, per farlo anche quando giocava con la Triestina. Di più: secondo il racconto di uno dei boss del clan di Secondigliano, avrebbe voluto anche affiliarsi. Fu lo zio, il marito della sorella di sua madre, tra i presunti capi dei Vinella Grassi, a dire di no. Troppo talentuoso, Armando, meglio proseguire sul prato verde. Ma, secondo gli investigatori, i rapporti con la camorra avrebbero comunque avuto un’evoluzione, almeno due volte, proprio su quel campo da calcio che sembrava averlo allontanato dalla cattiva strada.

Il primo contatto ai tempi della Triestina
Il nome di Izzo torna spesso negli interrogatori di Antonio Accurso, boss della Vinella Grassi tra il 2007 e il 2010 e ora collaboratore di giustizia. “È un nostro parente, essendo nipote di Salvatore Petriccione. Già quando militava nella Triestina, vi fu un abbozzo di combine in cui mio fratello Umberto accompagnato da Mario Pacciarelli andarono a Trieste sapendo che la società non pagava gli stipendi ai giocatori per vedere se si poteva far qualcosa, ma senza risultato”. E proprio Pacciarelli, anche lui pentito, ricostruisce quell’incontro: “Nei giorni in cui rimanemmo lì Izzo non fece nulla, perché disse che ci voleva tempo, era una cosa delicata. Poi partimmo rimanendo d’accordo con Izzo che ci avrebbe fatto sapere, con un’ambasciata o un messaggio, che esito aveva avuto questa trattativa sulla sconfitta della Triestina”. Qualche giorno dopo, secondo il racconto di Pacciarelli, Umberto Accurso riceve un sms da Izzo: “OK”. Tuttavia, Accurso, “non volle puntare una cifra rilevante su questa OK, ma la Triestina perse la partita immediatamente successiva – spiega il pentito – Non ricordo con quale squadra giocò. Pensammo che fosse legato all’OK di Izzo, e ci rammaricammo”. Poi prosegue: “Non ricordo il passaggio successivo, ma credo che Izzo fosse sceso giù a Napoli e chiese se avessimo giocato, ma Umberto gli disse che non aveva capito il messaggio che gli aveva mandato e quindi non aveva puntato sulla sconfitta della Triestina. La cosa mi fu spiegata da Umberto. Izzo voleva i soldi ed Umberto a dirgli che noi non avevamo giocato. Non so quanti soldi volesse Izzo. Costui ci rimase male, non venne poi fatto altro tentativo”.

Le due presunte combine
La disponibilità di Izzo però, secondo la ricostruzione della Dda, porta a combinare due partite nel maggio 2014. La sconfitta con il Modena e la larga vittoria con la Reggina. Nonostante il no di Fabio Pisacane, ambasciatore Fifa per aver rifiutato di ‘aggiustare’ una partita finita nell’inchiesta Last Bet, e Andrea Seculin, che secondo quanto riferito dai pentiti “venne preso per il petto” da un compagno di squadra dopo aver detto di no. Izzo, Millesi, Pini e Peccarisi riescono comunque a influire sul risultato delle due partite in cambio di soldi. Il match gli emiliani rischiò di saltare, secondo le dichiarazioni di Accurso, perché Izzo, non al meglio fisicamente, non venne schierato.

“Il sabato pomeriggio, alle 14.30 circa, mezz’ora prima della partita, venimmo a sapere da Pini che Izzo non avrebbe giocato. Noi avevamo già piazzato tutte le puntate, per un totale di 400mila euro, ed eravamo allarmati – racconta il pentito – Ma Millesi, tramite Pini, ci tranquillizzò”. Le cose sarebbero andate così: “Ho saputo che Izzo e Millesi si confrontarono alla fine del primo tempo, per come io e gli altri della Vinella vedemmo nelle immagini in diretta di Sky, poi Millesi parlò con Peccarisi (schierato al posto di Izzo, nda). Quando io e Millesi ci rincontrammo, mi raccontò nel dettaglio quanto era avvenuto, cioè che lui nell’intervallo si era preso per il braccio Peccarisi e gli disse che doveva far fare gol al Modena. Promise dei soldi a Peccarisi”. Gli emiliani passarono in vantaggio nei primi minuti del secondo tempo. Il clan incassa, i giocatori anche: “Da Armando Izzo seppi poi la domenica mattina che i 30mila euro che noi demmo per questa partita furono così divisi: Millesi prese 6mila euro, altri 6mila andarono a Izzo, 3000 a Luca Pini e 15mila a Peccarisi. Izzo se ne lamentò pure, dicendo che la prossima volta avremmo dovuto dare a lui la quota che gli spettava. Io gli dissi di non preoccuparsi”.

“Voleva affiliarsi, lo zio si oppose”
Sempre secondo i collaboratori di giustizia, la presunta disponibilità di Izzo non sarebbe il primo abboccamento al mondo della criminalità. Tra il 2007 e il 2009, secondo i ricordi di Accurso, l’attuale difensore del Genoa “non voleva più giocare a pallone e voleva affiliarsi con noi”. Una ricostruzione dettagliata da Pacciarelli. “Quando c’era Gaetano Petriccione in libertà, voleva diventare un affiliato della Vinella Grassi, disse anzi a Gaetano, che voleva fare “il suo ragazzo”, affiancarlo cioè in attività criminali ed all’epoca Gaetano, pur minorenne ed era anche suo coetaneo, già era ‘piazzato’ criminalmente”.

Gaetano è il cugino di Izzo, il figlio della sorella di sua madre. Lo zio, Salvatore O’ Marenar, è uno dei presunti boss del clan: “Fece giungere al figlio un’ambasciata dal carcere, dicendo che Armando Izzo, avendo un talento come giocatore di calcio, doveva seguire questa vocazione – mette a verbale Pacciarelli – come avrebbe desiderato il padre di Izzo, che era deceduto. Dunque fu O’Marenar a non volerlo nella Vinella”. Se le accuse verranno confermate, la fiaba di Armando Izzo, partito dalla periferia napoletana, finisce qui. Di certo colpisce al cuore le centinaia di bambini che tirano calci a un pallone sui campi dell’Arci Scampia inseguendo il sogno di farcela, proprio come lui. Magari con un lieto fine vero.

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