Mentre ormai sta diventando chiaro agli occhi di tutti il fallimento di una politica fondata su onestà e purezza della fedina penale ecco la riscossa a cinque stelle con la carta dell’onesta contro la corruzione. Diciamolo subito con franchezza: si tratta solo di un’arma di distrazione di massa per far sì che televisioni e giornali smettano di parlare della struttura antidemocratica di un partito che con la scusa dell’onestà espelle chi vuole senza rispettare alcuna regola. Ma consideriamo oggi un po’ più a fondo questa vera e propria ideologia dell’onestà che contraddistingue il M5s.

Il seguito è un fatto difficilmente confutabile: il capitale finanziario nella sua attuale fase di sviluppo ha superato quella che aveva prodotto nel secondo dopoguerra il cosiddetto welfare state. In questa precedente fase la politica conservava ancora un margine di autonomia, la presenza in particolare di una forza operaia concentrata, con partiti che nel bene e nel male rappresentavano i suoi valori e i suoi interessi, alimentava la possibilità di un’azione, per dirla schmittianamente “katechontica“, capace cioè di frenare i peggiori spiriti animali del capitalismo.

Questa fase è finita. La politica, come strumento di mediazione tra i diversi interessi, quando il capitale è diventato „totale“, scompare. La finanza riduce la politica a puro e semplice epifenomeno del suo stesso processo.  Quando è il caso il potere finanziario sostituisce persino i governanti con suoi funzionari o ammette politici, come Renzi, compatibili con le linee guida imposte dai mercati finanziari. Il colpo di Stato che ha consentito nel 2011 di eliminare politicamente il governo presieduto da Silvio Berlusconi e la sua sostituzione con Mario Monti è stato l’esempio più eclatante di un intervento diretto. Ma il processo di dissoluzione della politica era cominciato già prima, con Tangentopoli, anche se qualcosa evidentemente è andato storto, perché oggi ci troviamo nella stessa situazione di allora, senza però avere i partiti di allora.

La grande finanza considera i partiti politici, vecchi o nuovi che siano, come un impiccio, il residuo di una democrazia ormai morente. I cosiddetti corpi intermedi (forze politiche, sindacati eccetera) rallentano le decisioni immediate, veri propri diktat di cui l’esempio più chiaro è stata la famosa lettera della Bce del 2011. Decisioni che devono essere applicate immediatamente e senza discussione. Questo tra l’altro spiega anche la necessità di sostituire Costituzioni come la nostra, ancora legate ad un’epoca in cui la democrazia era considerata il valore politico per eccellenza. In un mondo sempre più dominato dalla finanza, dall’economia finanziaria, la democrazia ha perso ogni senso, si trasforma in democrazia di facciata. Partiti, sindacati, sono forze frenanti che devono essere delegittimate.

C’è un legame che andrebbe indagato tra sviluppo del capitale finanziario e movimenti “giustizialisti“. Lo scopo è quello di delegittimare i politici, identificati con la casta, e lo Stato sprecone ed inefficiente. La prima Lega Nord è cresciuta in questo terreno ideologico. Oggi è in questo contesto che si colloca il Movimento Cinque stelle. Il giustizialismo si contrappone al ceto politico diffondendo l’idea che partiti e politici siano tutti corrotti e che tutti i nostri guai derivino dall’esistenza della „casta“, responsabile di aver creato un enorme debito pubblico.

La politica, che ormai ha perso ogni significato, si trasforma così in morale, o meglio in moralismo, nell’onestà di cui tanto si sciacqua la bocca il Movimento Cinque Stelle: cittadini onesti contro politici corrotti. L’unica categoria politica che resta viene presa in prestito dalla morale: l’onestà e nel popolo si alimenta un risentimento sterile e impotente che non sposta di una virgola i rapporti sociali dominanti. Così la questione sociale viene trasformata in questione morale e occulta tutti i nodi fondamentali come la disintegrazione sociale, la perdita di sovranità a tutti livelli, la crisi delle istituzioni democratiche.

La necessità del potere finanziario è quella di soggiogare la politica costringendola a deperire. E la tecnica del controllo sociale si sposa molto bene con l’ideologia giustizialista, tutta focalizzata su un’idea astratta di legalità, come se tutti i problemi fossero risolvibili con la lotta contro l’evasione fiscale e la corruzione, dimenticando che non ci sarà mai giustizia sociale senza investimenti pubblici, senza politiche di deficit spending, senza il recupero della propria sovranità. È di tutto questo che il Paese avrebbe bisogno per uscire dalla crisi, e invece a cosa stiamo assistendo? Ad un nuovo attivismo della magistratura che non fa sconti a nessuno, neppure a quei giustizialisti che l’hanno sempre osannata.