Cosa non avrei potuto scrivere, se non ci fosse stato Il Fatto Quotidiano? Tutto, praticamente tutto. E molti, va da sé, ne sarebbero stati felici.

Basti qui un aneddoto: nel 2008 scrivo un libro su Beppe Grillo e la sua svolta politica, “Ve lo do io Beppe Grillo” (Mondadori). Di fatto sono uno dei primi, forse il primo, a capire che quanto esploso l’8 settembre 2007 con il V-Day di Bologna avrebbe provocato scossoni di lunga durata. Le tivù cominciano a chiamarmi. In quel periodo lavoro a La Stampa. Il direttore è Mario Calabresi, che ha sostituito da poco Giulio Anselmi (che mi aveva voluto a La Stampa, su consiglio di Edmondo Berselli). Un direttore minimamente sveglio, nonché libero, avrebbe sfruttato quella firma per raccontare un fenomeno politico inedito. Invece il diversamente coraggioso Calabresi, dopo avermi visto “troppo” in tivù, mi dirottò infastidito a parlare di moto. Giusto per non fare danni su argomenti “sensibili”. Così, per due anni, da fine 2009 al 2011, feci su e giù per il mondo seguendo Valentino Rossi (che peraltro in quel periodo non era esattamente al top) e persi due anni di vita lavorativa.

Il giornalismo italiano funziona spesso così: se sei potenzialmente “pericoloso”, nel senso di libero ed eclettico, ti segano le gambe. A prescindere dal talento. Era così qualche anno fa, è ancora di più così in piena era renziana.

Marco (Travaglio) mi aveva già chiesto di andare al Fatto a metà 2009, quando ancora il Fatto neanche era nato, durante il Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia. Stupidamente dissi no, o per meglio dire presi tempo. Mi fidai delle parole di Calabresi (“Ti assumerò a fine anno”: mai ricevuta una bugia più grossa) e sbagliai. Non me lo sono mai perdonato: comparire nelle pagine del Fatto fin dal primo numero, sarebbe stato per me il massimo. Il coronamento di un percorso. Per fortuna Marco e Antonio (Padellaro) tornarono alla carica a metà 2011 e bastarono un pranzo e una stretta di mano (alla festa della Versiliana) per accordarsi. Ogni promessa di Antonio e Marco è stata mantenuta. E anche questo, nel giornalismo italiano, è assai raro.

Il Fatto Quotidiano è l’unico giornale in cui potrei scrivere: per meglio dire, l’unico giornale in cui potrei scrivere così. E’ il giornale che più mi somiglia e non mi ha mai tolto o cambiato mezza virgola. Se non ci fosse stato il Fatto non avrei potuto fare tutto quello che ho fatto, detto e scritto negli ultimi 5 anni. Non avrei potuto raccontare la musica, lo sport, la politica. Non così. Non avrei potuto fare satira. Non così. Non avrei potuto cazzeggiare. Non così. Non avrei potuto esercitare il ruolo di giornalista con libertà, incoscienza e indipendenza. Non così.

Se il Fatto non ci fosse, bisognerebbe proprio inventarlo.

Per partecipare e sostenere il Fatto Social Club clicca qui