di Paola Biondi *

Finalmente ci siamo. Dopo quasi 30 anni dalla prima proposta di legge sulle unioni di fatto, la Camera ha approvato il provvedimento Cirinnà sulle unioni civili. C’è voluto così tanto nonostante già nel 1957 la Corte di Cassazione si fosse espressa sulla famiglia di fatto riconoscendola, sebbene solo dal punto di vista tributario. C’è chi festeggia e c’è chi è deluso, perché si tratta di una legge monca, amputata della parte più controversa e importante: il riconoscimento del legame genitore/genitrice-prole che era presente nella prima stesura.

Una vittoria a metà soprattutto per i tanti figli e figlie di gay e lesbiche che non hanno ancora diritti e che per lo Stato italiano hanno solo una mamma o solo un papà. Al di qua dei confini italici, s’intende, perché fuori – come è scontato nei paesi civili – ne hanno due, quelli che conoscono da sempre, che li hanno desiderati e voluti e che hanno fatto spesso sacrifici perché venissero al mondo. Ma soprattutto li hanno amati anche prima che prendessero forma – nel loro cuore e pensiero – e oggi sono nelle piazze, sulla stampa e nelle tv per tutelarli e garantire loro un futuro migliore e l’uguaglianza che meritano.

Esiste un nesso tra giurisprudenza e benessere psicologico? Certamente sì. Intanto perché – banalmente – le leggi hanno un effetto reale sulla vita delle persone. Avere o meno un riconoscimento giuridico, al pari di coloro che già ne beneficiano, fa realmente la differenza: una norma che riconosca gay e lesbiche coppia davanti allo Stato (anzi no, formazione sociale specifica) può tutelare dal punto di vista economico le parti, garantire che in caso di emergenza si possa essere presenti e decidere per la salute del/la partner – e non dover sperare che il sanitario di turno sia di manica larga – , può comportare il diritto di abitazione per due anni nel caso in cui il proprietario della casa in cui la coppia abita venga a mancare.

La scienza, del resto, è concorde sul fatto che il matrimonio, in quanto istituzione, rappresenta di per sé un fattore protettivo per il benessere dei figli (quando ci sono), indipendentemente da chi lo contrae, purché le relazioni al suo interno non siano altamente conflittuali (Parke, 2003). Ma il matrimonio (in Italia per ora gay e lesbiche dovranno accontentarsi di una forma più light di tutela giuridica) è un fattore protettivo anche per i componenti della coppia. Prova ne è uno studio del 2006 a firma King e Bartlett sul Journal of Epidemiology & Community Health in cui si spiega che il riconoscimento legale e sociale delle coppie omosessuali può ridurre la discriminazione, aumentare la stabilità delle relazioni omosessuali e portare a migliorare la salute fisica e mentale.

Interessante è anche capire come si sia arrivati a questa affermazione. Nel 2003 lo Stato americano del Massachusetts approvò una legge sul matrimonio same-sex. Questo – oltre ai festeggiamenti di tante persone gay e lesbiche – portò nei mesi successivi anche ad una notevole riduzione delle richieste di cure mediche e assistenziali nelle strutture pubbliche, per problematiche fisiche e psicologiche che prima portavano a, richieste di prescrizioni di farmaci, analisi cliniche, visite mediche.

Oltre al fatto, più intuibile e semplice da considerare, che il matrimonio same-sex favorisca la riduzione della discriminazione e permetta la percezione di maggiore stabilità dentro e fuori la coppia, è significativo che il “solo” riconoscere qualcuno e vederlo come agente e soggetto di diritto reale, il “solo” concedergli un diritto che prima era privilegio di pochi ed equipararlo al resto del mondo che prima era la parte vincente e dominante, il “solo” accettarlo per chi realmente è permettendogli una vita più serena e autentica, porti ad un reale miglioramento della qualità di vita.

Reale diritto, reale vita migliore. Un’equazione semplice semplice ma che evidentemente va a toccare corde sensibili e interessi importanti. Indipendentemente dalla scelta personale di accedere ad un diritto, il fatto che questo esista e che decreti – agli occhi dello Stato ma soprattutto di chi discrimina, offende, aggredisce o semplicemente ignora l’esistenza – di essere un reale soggetto di diritto, sebbene ancora inferiore ad una maggioranza privilegiata, favorisce una vita migliore e più piena anche a chi – ad oggi – è ancora cittadinanza di serie B.

* consigliera segretaria Ordine Psicologi Lazio