Il 12 maggio scorso una pattuglia di parlamentari rappresentanti di forze politiche diverse e distanti come Serenella Fucksia (Gruppo Misto), Vincenzo Gibiino (Forza Italia), Pietro Ichino (Pd), Gian Marco Centinaio (Lega Nord), Salvatore Tito Di Maggio (Cor) e Walter Rizzetto (Fratelli d’Italia), ha invitato stampa e media in Senato per rappresentare la propria preoccupazione in relazione ai gravissimi ritardi ed alle modalità attraverso le quali il nostro paese sta recependo la Direttiva europea in materia di intermediazione e gestione dei diritti d’autore. Fatti e non opinioni. E’ un fatto incontrovertibile che la Direttiva in questione avrebbe dovuto essere recepita entro lo scorso 10 aprile, così come avvenuto in tutti i principali paesi europei, mentre, ad oggi, il Senato deve ancora iniziare l’esame della legge con la quale il Parlamento delegherà il governo al recepimento.

Ci vorranno mesi, probabilmente, perché Palazzo Chigi possa varare il decreto legislativo di recepimento. Ed è un fatto egualmente inequivocabile che, davanti ad una direttiva che mette nero su bianco un principio tanto ovvio quanto naturale secondo il quale il titolare del diritti d’autore deve poter scegliere a quale società di gestione dei diritti rivolgersi senza riguardo al Paese di stabilimento di quest’ultima, il ministro dei Beni e delle Attività culturali Dario Franceschini si sia, sin qui, speso, senza esitazioni di sorta, per fare in modo che delegando il governo a recepire la direttiva, il Parlamento non gli imponesse di cancellare l’esclusiva che la legge riconosce alla Siae, la Società italiana autori ed editori. Così come è un fatto che un monopolio legale, come quello riconosciuto alla Siae da oltre un secolo, esiste, in Europa, solo nella Repubblica Ceca.

E infine, è un fatto, e non un’opinione, che la Siae versi in una condizione di atavica inefficienza strutturale e che se i suoi bilanci non segnano rosso fisso da anni lo si deve esclusivamente alla circostanza che, la società, ricava decine di milioni di euro all’anno di proventi finanziari, grazie alla lentezza con la quale ripartisce quello che incassa, e decine di milioni di euro dall’Agenzia delle entrate per un’attività ispettiva, sul territorio, che in tanti, potrebbero svolgere, probabilmente, con eguale efficienza. Messi in fila, davanti alla stampa, questi fatti, i parlamentari hanno comunicato la loro determinazione di presentare al ministro Franceschini una proposta multi-partisan nel tentativo di fargli cambiare idea sull’opportunità di liberalizzare il mercato, l’intenzione di presentare allo stesso ministro un’interpellanza perché spieghi in Parlamento le ragioni della difesa a spada tratta della Siae e, infine, quella di discutere, sempre in parlamento, della promozione di una commissione di inchiesta sui decennali malfunzionamenti della Siae.

Tutti fatti e tutti fatti, verrebbe da pensare, di incontestabile rilevanza pubblica, tenuto conto che la Siae rappresenta, per legge, i diritti e gli interessi di oltre ottantamila autori ed editori ed è un ente pubblico economico a base associativa, sottoposto alla vigilanza, tra gli altri, proprio del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e della Presidenza del Consiglio dei ministri. C’è quindi da restare senza parole nel leggere il comunicato con il quale la Siae – che è per inciso, insieme al Ministero dell’Economia, l’unico azionista di minoranza della Rai – ieri ha contestato alla Rai di aver mandato in onda, nel Tg2 della sera del 12 maggio, un servizio nel quale ha dato conto della conferenza stampa svoltasi al Senato. “Spiace che un’azienda come la Rai – è scritto nel comunicato diffuso dalla Siae – abbia voluto prestarsi e persino partecipare attivamente ad una inutile passerella di insulti e rappresentazione di dati ridicolmente falsi. Insulti e dati fasulli, presentati da chi – per strumentalità politica e non per consapevolezza del merito delle questioni affrontate – non ha mai inteso confrontarsi con Siae né ha mai ritenuto utile leggere la copiosa documentazione messa a disposizione sul sito Siae e presentata anche di recente dal Presidente Sugar alle commissioni parlamentari”.

Un editto bulgaro in piena regola, un atto di “censura” feroce verso un servizio giornalistico – peraltro di appena due minuti – nel quale ci si è limitati a raccontare quanto emerso in una conferenza stampa presso il Senato, convocata da parlamentari di una pluralità di schieramenti diversi. E, come se non bastasse, un servizio che si conclude dando atto, anche, della posizione di dissenso – rispetto a molte delle cose dette in conferenza stampa – da parte del Consiglio Internazionale degli Autori di Musica (Ciam), presieduto dal maestro, Lorenzo Ferrero, già consigliere di amministrazione proprio della Siae. Un ente pubblico economico, per di più azionista della concessionaria pubblica radiotelevisiva, che prende carta e penna per rimproverare a chi fa informazione di mestiere di aver fatto il suo dovere raccontando fatti reali e di indubbio interesse per il pubblico, dando, peraltro, anche voce – sebbene compatibilmente alla manciata di secondi di durata di un servizio – a posizioni diverse è, obiettivamente – quale che sia la posizione di ciascuno sul merito della questione – una di quelle pagine di anti-democrazia allo stato puro che non dovrebbero essere scritte in un Paese come il nostro.

Senza dire che in Viale della Letteratura – sede storica della Siae – mentre si affrettano a puntare l’indice contro la Rai per aver avuto l’ardire di dar conto di una conferenza stampa nella quale non si è parlato bene della Società autori ed editori, dimenticano che appena una manciata di giorni fa, milioni di spettatori e telespettatori hanno dovuto, passivamente, ingoiare la pillola di un elogio – quello si non giornalistico, né informativo e, anzi, probabilmente, fuori luogo – alla Siae, da parte di Luca Barbarossa, sul palco del concertone del primo maggio, casualmente sponsorizzato proprio dalla stessa Siae. L’informazione, dunque, secondo Siae, è libera solo se la ritrae come si facevano ritrarre i sovrani ed monarca di un tempo, meglio ancora se senza contraddittorio.

NOTA DI TRASPARENZA: difendo la libertà di informazione da sempre ed avrei scritto le stesse parole – non una di più e non una di meno in ogni caso – ma è corretto che i lettori sappiano che assisto professionalmente una società concorrente della Siae.