Continuità di mandato con un nuovo primo ministro o elezioni anticipate, forse già nel 2016. Le dimissioni del premier turco e segretario del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp), Ahmet Davutoğlu, a causa della rottura con il Presidente della Turchia e leader storico del partito, Recep Tayyip Erdoğan, offrono ai vertici dell’Akp due strade da seguire. Il consigliere presidenziale Cemil Ertem ha smentito la possibilità di elezioni anticipate, anche se, nel caso in cui il nuovo premier che sarà nominato durante il Congresso straordinario del 22 maggio non riesca a perseguire l’obiettivo della riforma costituzionale, il Capo dello Stato potrebbe essere tentato di ricorrere alle urne già in autunno. La speranza è quella di ottenere una maggioranza assoluta schiacciante (2/3 dei seggi parlamentari) e sufficiente a portare a termine la svolta presidenzialista che rafforzerebbe il potere del Capo dello Stato.

I punti di rottura: riforma della Costituzione e trattative con l’Ue – Di rapporti tesi tra Davutoğlu e la massima carica dello Stato si parlava già da mesi. L’ormai ex delfino di Erdoğan definisce le sue dimissioni “necessarie”, ma la verità è che non era più disposto ad assecondare in toto il volere del presidente e a ricoprire il ruolo dello yes man. E la rottura va ricercata in due ambiti: i rapporti e le negoziazioni con l’Unione Europea riguardo alla questione migranti e la riforma della Costituzione. Il 29 aprile, poi, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, interpretata dall’ormai ex primo ministro come una ritorsione e un atto di sfiducia: la Commissione centrale per la decisione e l’attuazione dell’Akp (Mkyk), ha assegnato a sé stessa, togliendolo a Davutoğlu, il potere di nominare i dirigenti provinciali.

La riforma della Costituzione rappresenta l’obiettivo principale del leader storico dell’Akp che, una volta eletto presidente, ha perso formalmente il potere politico che deteneva quando sedeva sulla poltrona di primo ministro. Un potere al quale, però, Erdoğan non ha intenzione rinunciare. Per questo vuole attuare una riforma che trasformerebbe la Turchia da una Repubblica parlamentale a una semi-presidenziale. Per farlo, però, ha bisogno dell’appoggio dei 2/3 del Parlamento. Tradotto in seggi: 366 poltrone contro le 317 attualmente in quota Akp. All’appello mancano, quindi, 49 seggi che il nuovo primo ministro dovrà cercare di ottenere attraverso accordi politici con altri partiti.

Fonti interne all’Akp e riportate da alcuni organi di stampa turchi, però, parlano anche di uno scontro tra il presidente e il premier dimissionario riguardo agli accordi con l’Unione Europea sulla questione migranti. A Erdoğan non sarebbe piaciuto l’atteggiamento troppo aperto del primo ministro nei confronti delle istituzioni europee, nonostante l’accordo da 3 miliardi di euro, aumentabili a 6, per l’accoglienza dei migranti rispediti in Turchia dall’Europa e l’ormai prossimo stop alla necessità del visto per i cittadini turchi che vogliono entrare nei Paesi dell’area Schengen. Secondo queste fonti, su alcuni incontri e accordi presi tra il premier e l’Ue Erdoğan non sarebbe stato consultato.

“No a elezioni anticipate”, ma per la riforma serve la maggioranza di 2/3 – Ertem, in un’intervista alla tv privata Ntv, ha smentito la possibilità di andare a elezioni anticipate, specificando che il 22 maggio sarà scelto un nuovo premier e segretario del partito che dovrà avere posizioni in linea con quelle del Capo dello Stato. I nomi circolati già prima delle dimissioni ufficiali di Davutoğlu sono quelli di due fedelissimi del presidente: il vice primo ministro, Numan Kurtulmuş, e il ministro della Giustizia, Bekir Bozdağ. Secondo molti, la panoramica disegnata da Ertem rimane verosimile fino a quando Erdoğan considererà il nuovo primo ministro in grado di portare a termine la riforma della Costituzione. In caso contrario, però, le elezioni anticipate, forse già in autunno, sono una possibilità tutt’altro che da scartare.

La distanza da colmare sono quei 49 voti mancanti per avviare la riforma. Un gap che molto difficilmente può essere colmato tramite accordi politici intraparlamentari, visto che nessun altro partito sembra disposto ad appoggiare la svolta presidenzialista e che anche all’interno dello stesso Akp non c’è grande uniformità di posizioni su questo specifico aspetto.

È così che le elezioni anticipate tornano ad essere una strada percorribile. Nonostante la situazione politica sfavorevole, a causa dell’emergenza terrorismo, dell’infiammarsi della questione curda e delle ultime azioni repressive nei confronti di stampa e docenti universitari, l’Akp potrebbe decidere di mettersi nuovamente in gioco alle urne. Una scelta che sarà presa nella speranza che il partito curdo Hdp di Selahattin Demirtas (59 seggi), non riesca a superare come nelle ultime due elezioni la proibitiva soglia di sbarramento del 10%.

Twitter: @Gianni Rosini