A pochi mesi di distanza dal referendum-fine-di-mondo sulla riforma costituzionale, aumentano le prese di posizione per il no. Cinquanta fra i costituzionalisti e i magistrati più autorevoli hanno stroncato la riforma. Persino Berlusconi s’è impegnato a contrastarla, credendo di fugare i sospetti. A sostenere la riforma, così, restano solo Renzi, Alfano e Verdini: tutti gli altri sono contro. Ma attenzione, è un referendum, non una collezione di figurine. Tutti gli assi sono ancora nelle mani di Renzi: visibilità, risorse, media… La stessa alternativa sì/no lo favorisce, facendo passare lui per riformatore e i suoi avversari per conservatori. Mentre è proprio il contrario: è la riforma che fotografa, congelandoli, gli attuali rapporti di forza.

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Dunque, tocca a noi, sostenitori del no, convincere gli elettori: e non sarà facile. Intanto, non si può essere troppo tecnici. Al massimo, si può invitare a leggere il “vecchio” articolo 70, di due righe, e il “nuovo”, di cinquanta: così chiunque capisce che la riforma non semplifica proprio niente. La tentazione, allora, diventa demonizzare l’avversario, gridare al furto di democrazia. Ma, pure qui, attenzione. A derubarci di democrazia non è la riforma del Senato – io, per dire, l’avrei abolito – bensì la legge elettorale. È l’Italicum a consegnare la maggioranza a un solo partito, e il governo a un uomo solo, sempre chiamato Matteo, Renzi o Salvini che sia.

Insomma, il pasticcio pericoloso per la democrazia è il complesso della riforma: Senato+Italicum. Qualcuno dice, e che sarà mai, anche altri paesi hanno senati e leggi elettorali così, e sopravvivono benissimo. Ma non è vero. Ci sono molte camere alte in giro per il mondo, ma nessuna sgangherata come questa, che riesce a copiare Sénat francese e Bundesrat tedesco combinandone i difetti invece dei pregi. E, soprattutto, in nessuna grande democrazia occidentale c’è una legge elettorale così, capace di consegnare tutto il potere anche a chi vince le elezioni con il venti/trenta per cento dei voti. Altro che Italicum: io lo chiamerei Unicum, come l’amaro.