Mille euro ai rifugiati perché scelgano la via del ritorno: il governo norvegese offre la somma di 10.000 corone (1.200 dollari statunitensi) a chi decide di lasciare il Paese. Lanciata questo lunedì, la nuova misura andrà avanti per sei settimane. La cifra, però, verrà pagata solo ai primi 500 che presenteranno domanda, in aggiunta alle 20.000 corone che già vengono assegnati a chi lascia il Paese: “Chi primo arriva – è il principio alla base del provvedimento – primo viene servito”.

La notizia è stata data dall’azienda radiotelevisiva di stato, la Norsk rikskringkasting, ed è subito rimbalzata sui media internazionali, dal filoputiniano Russia Times al britannico Telegraph. La Direzione norvegese per l’Immigrazione (Udi), si legge sugli organi di stampa, fa sapere che una misura del genere è preferibile, poiché meno costosa, rispetto all’eventualità di lasciare nei Centri per l’immigrazione i numerosi rifugiati che, in massima parte, arrivano nel Paese superando il confine con la Russia. “Ci auguriamo – ha dichiarato al Russia Times Camilla Wilberg per Udi – che coloro che hanno raggiunto la Norvegia con delle aspettative non realistiche riguardo la loro permanenza possano tornare a casa prima possibile e iniziare la propria vita lì, nel proprio Paese”. Riporta ancora il quotidiano russo che il nuovo programma verrà pubblicizzato mediante l’uso di display e poster affissi in 31 municipalità nel Paese: in questo modo il governo spera di raggiungere la massima parte possibile dei 35.358 richiedenti asilo che sono arrivati nel Paese nel 2015 (il triplo degli 11.480 arrivati nel 2014), un numero decisamente più alto di quello che la Norvegia ha dichiarato di voler accettare. In ragione dell’accordo raggiunto tra Turchia e Unione Europea, infatti, il Paese ha accettato di accogliere 1.500 richiedenti asilo nel 2015 e nel 2016, e altri 1.500 provenienti dalla Turchia.

sylviSecondo quanto dichiarato dal ministro norvegese per l’immigrazione e l’integrazione, Sylvi Listhaug, il governo si auspica che questo progetto abbia successo, e che più persone possibile decidano di tornare nei loro Paesi d’origine volontariamente, sì da poter ampliare e replicare questo genere di offerta. “Abbiamo bisogno – ha dichiarato infatti Listhaug – di incentivare più persone a intraprendere il viaggio di ritorno, anche dando loro dei soldi per uscire dal Paese. Questo ci consentirà di risparmiare molti soldi perché è costoso tenere delle persone nei centri per l’immigrazione”. “Ce ne sono tanti – ha inoltre sottolineato il ministro – che non hanno nemmeno diritto a richiedere la protezione e, con ogni probabilità, verranno espulsi. È meglio per noi – è la sua conclusione – invogliarli a tornare indietro”.

Appena pochi giorni fa, il 21 aprile, il ministro norvegese era stata già al centro di alcune polemiche online e sui social network a causa della sua visita ufficiale a Lesbo, nel corso della quale, indossata una tuta di salvataggio, si era gettata nelle acque dell’Egeo per “vivere l’esperienza del salvataggio dalla prospettiva dei rifugiati”. Da quanto riporta il Telegraph si apprende che l’esponente del Partito progressista norvegese (Fremskrittspartiet), già nota per la sua linea “dura” sui temi dell’immigrazione e per aver invocato “Gesù” come spiegazione dell’impossibilità del suo Paese nell’accogliere altri rifugiati, in occasione della visita in Grecia ha dichiarato di aver parlato con il personale delle imbarcazioni di salvataggio, e li ha definiti “eroi”.

La portavoce della Iom (l’ufficio mondiale per l’immigrazione, che processa le domande offrendo assistenza e consulenza ai migranti), Joost van der Aalst, ha definito il Programmà norvegese “sicuro e dignitoso” rilevando che è esploso il numero di richiedenti asilo che ha deciso di fare domanda, in particolare tra coloro che stavano cercando di portare le loro famiglie in Norvegia. L’Udi ha indicato che siriani, iracheni, le persone che arrivano dal Medio Oriente e dall’Africa si aspettano di ricevere protezione rapidamente e non possono attendere i mesi se non gli anni richiesti per processare completamente ogni domanda. “Hanno famiglie a casa che si aspettano di ricevere aiuto” ha rilevato la direttrice dell’Udi, Katinka Hartmann, specificando che “per molto tempo non abbiamo potuto rinviare gente in Somalia, ma ora che possiamo, penso che molti somali che hanno necessità di rientrare faranno domanda”

(foto da Facebook)

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