Graham Nash è uno degli autori più influenti degli ultimi 50 anni: sia per quanto realizzato all’epoca con gli Hollies che per quanto fatto successivamente assieme a David Crosby, Stephen Stills e (alternativamente) Neil Young. Musicista impegnato, sempre in prima linea anche quando molti temi a noi cari e oramai attuali (l’antimilitarismo, l’immigrazione e altre questioni sociali) scalfivano le coscienze di poche menti illuminate: tipo la sua e quelle dei suoi sodali.

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“This Path Tonight” è la sua ultima prova solista (uscita il 15 aprile) e la prima cosa da cui guardarsi è l’assioma – imperante – secondo il quale “quelli come lui, quello che dovevano dire lo hanno detto ormai tempo fa”. Ciò è vero, in parte, anzitutto perché la carriera di Nash (contando l’infinità di collaborazioni e i continui ritorni alla base con i compagni di una vita) di ‘solista’ ha ben poco e, a maggior ragione, quando ciò accade (come in questo caso) va visto più con rispetto che con sospetto. Certo, parliamo di un disco che non ha l’ambizione di far ricredere nessuno: tra slide guitar, arpeggi soffusi, ritmiche ‘solo’ accennate ed una voce – la sua – che pur riconoscibilissima preferisce essere parte del tutto anziché rompere il muro d’omertà acustico sapientemente costruito lungo queste 10 tracce.

Un album sincero, concreto, affidabile (specie per gli ascoltatori non proprio di primo pelo) che pure è capace di passare dalla prima, scolastica ‘title track’ alle atmosfere quasi Genesis di “Beneath The Waves” pochi minuti dopo o le tinte ‘glam’ di “Fire Down Below”: gli episodi, a mio avviso, migliori in un mare di sofficità all’interno del quale può risultare difficile (ma non ostico) districarsi. Chiude “Encore” (‘di nuovo’) e il sapore è quello dell’arrivederci: timidamente epica, a tratti diretta un po’ come a voler prendere per meno l’ascoltatore e raccomandarlo di aspettare, perché (sicuro) niente finisce qui. A 74 anni, in sostanza, Graham Nash è un artista ancora integro: capace di suonare moderno nei limiti di un percorso che raramente – in 50 anni di carriera – si è allontanato dalla ‘base sicura’ delle sonorità che lui stesso ha contribuito a forgiare. La voglia di stupire, quella no non gli appartiene più: ciò nonostante ne esce vincitore, perché la credibilità (quella dei grandi) lo precede, anche a dispetto di un album sì onesto, non imperdibile ma da ascoltare per capire e, se volete, addirittura imparare.