Meglio smorzare gli entusiasmi sugli effetti del Jobs act nei prossimi anni: finora, c’è la concreta possibilità che sulle assunzioni abbiano inciso più gli sgravi contributivi che il contratto a tutele crescenti. A dirlo non sono gli oppositori del governo e nemmeno i sindacati, ma l’Ufficio parlamentare di bilancio. La notizia arriva pochi giorni dopo gli ultimi dati Inps sulle assunzioni: a febbraio 2016, una volta dimezzato l’esonero contributivo, le attivazioni di contratti stabili hanno registrato un calo del 33% rispetto all’anno scorso. Il premier Matteo Renzi ha rivendicato la bontà del Jobs act e il calo delle richieste di disoccupazione, ma sindacalisti e giuslavoristi hanno spiegato che nei prossimi ripresi le domande di sussidio riprenderanno a salire, come dimostra la ripresa della cassa integrazione in deroga.

In questo contesto, a frenare l’euforia del governo arriva anche l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) nel suo report pubblicato il 22 aprile. Serve “prudenza“, spiegano i tecnici, nel valutare come nei prossimi anni “le nuove regole sul lavoro potranno tradursi in più elevata produttività, incrementi occupazionali e maggior crescita dell’economia”. Pur riconoscendo, infatti, “che la riforma del mercato del lavoro introdotta con il Jobs act è tra quelle che l’Italia ha condotto in maniera più rapida e decisa”, l’Upb avanza un dubbio relativo, soprattutto, all’impatto che la decontribuzione sui contratti a tutele crescenti potrà giocare da qui ai prossimi anni: “in condizioni di economia stagnante, l’entrata in vigore del contratto a tutele crescenti potrebbe aver funzionato come fattore di rinforzo ad assumere per beneficiare delle decontribuzioni piuttosto che come elemento nuovo in sé attorno al quale organizzare i rapporti di lavoro e produzione”. Insomma, la spinta ad assumere è arrivata dallo sgravio contributivo e il Jobs act, al massimo, può avere giocato una funzione di supporto, ma non di protagonista dell’aumento di assunzioni.

L’Upb ricorda, infatti, come nel Def 2016 il governo abbia stimato che al 2020 gli effetti combinati dell’introduzione del contratto a tutele crescenti, delle nuove regole per quelli a tempo determinato, delle norme sul demansionamento e delle misure sulla conciliazione vita-lavoro, si traducono in variazioni del Pil di 0,6 punti percentuali, di 0,4 punti per gli investimenti, dell’1 per l’occupazione, dello 0,6 per i consumi e di una riduzione del deficit pari a 0,2 punti percentuali di Pil. Effetti questi descritti in graduale rafforzamento nel tempo, sino a contare nel lungo periodo, oltre il 2030, +1,3 punti del Pil. +1 per gli investimenti, +2 punti per l’occupazione, +1,4 per i consumi e una riduzione di 0,6 punti del prodotto per il deficit.