Come cantava Renzo Arbore, la Rai non è la Bbc. È vero anche che il governo italiano non è quello inglese sul rendere il servizio pubblico indipendente. Va segnalato che qualcosa in controtendenza alla legge Gasparri, che impone la data del 6 maggio come scadenza della concessione alla Rai, sta accadendo. Il sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico, Antonello Giacomelli, ha prorogato la scadenza a fine ottobre.

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Nel frattempo, per l’evento voluto dallo stesso Giacomelli, CambieRai, 160 esperti (in rappresentanza di associazioni di categoria, università e società civile), divisi in 16 tavoli monotematici (Cultura, Digitale, Società, Industria creativa, ecc.), in ognuno era seduto un rappresentante della Rai, si sono confrontati in stile Leopolda per produrre una serie di domande. Nonostante il voluto riserbo ministeriale, qui sta la novità: dal primo maggio al 15 giugno, il questionario verrà sottoposto ai cittadini via Internet. Gli interventi serviranno come base per mettere a punto la nuova Convenzione. Nel Regno Unito la stessa consultazione è avvenuta un anno prima della scadenza e il parere dei cittadini è stato vincolante, mentre da noi il tutto verrà sottoposto al voto del parlamento.

La Rai Tv non è la Bbc perché da noi la politica c’entra sempre, il ministero dell’Economia detiene il 99,56% delle azioni del sevizio pubblico. Bisogna essere positivi: la consultazione pubblica segna un inizio di cambiamento, soprattutto se venisse presa in considerazione la proposta presentata dalle associazioni Rai Bene Comune e Move On Italia, di istituire un Consiglio per la partecipazione in cui i cittadini, e non solo, sarebbero i garanti del rispetto del nuovo contratto di servizio per sviluppare arti, cultura, cinema di qualità, docu-fiction, scienze e istruzione, senza dimenticare la valutazione della correttezza dell’informazione per garantirne l’indipendenza. Finalmente l’inutile Commissione di Vigilanza potrebbe chiudere i battenti.

Da il Fatto Quotidiano di mercoledì 20 aprile 2016