La teoria del complotto su Giulio Regeni firmata da Lucio Barani, il verdiniano che ha concesso un’intervista a una tv egiziana per assolvere il governo del Cairo, è tutta farina del suo sacco? Non proprio perché il parlamentare ha mutuato le posizioni di Luigi Bisignani, il lobbista che ha patteggiato una pena di un anno e sette mesi per l’inchiesta di Napoli sulla P4. Ultimamente il faccendiere è diventato anche scrittore ed editorialista del quotidiano Il Tempo e l’intervista choc del senatore sembra proprio il copia-incolla di un suo vecchio articolo uscito sul quotidiano romano.

Dalle telecamere di Sada El-Balad, Barani dice di essere certo che il presidente Abd al-Fattah al-Sisi non ha niente a che vedere con il delitto Regeni. Ma a nome di chi parla? Risponde lui stesso: “A nome di un importante gruppo determinante per la maggioranza di governo che rappresenta il 10 per cento del Senato”. Al netto dei conti sbagliati, dato che Ala, la compagine parlamentare capitanata da Denis Verdini, conta 19 senatori e non 30, la notizia è stata strombazzata dai media egiziani come prova provata della non unità di vedute della politica italiana nella richiesta di verità sull’assassinio del ricercatore. Non male per uno che solo il giorno prima si era autodefinito “pretoriano del governo di un premier bravo come Craxi”.

Il senatore verdiniano riassume la sua tesi con una frase truce: “Il cadavere di Regeni è stato buttato in mezzo ai rapporti fra Italia ed Egitto”. Poi spiega che si tratta di un complotto ordito dai “servizi segreti deviati” del Cairo e orchestrato da “qualche potenza straniera” il cui unico scopo è boicottare le relazioni fra i due Paesi.

La sortita ha provocato un’ondata di sconcerto. “Barani parla a titolo esclusivamente personale dato che la sua posizione contraddice quella, pur prudenziale, del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Il problema è che quelle parole non hanno alcun fondamento di verità”, sostiene Luigi Manconi, senatore del Pd e presidente della commissione Diritti umani a Palazzo Madama.

Eppure la stessa tesi era stata espressa sulle colonne del Tempo da Bisignani solo due mesi fa. Il 21 febbraio, 18 giorni dopo il ritrovamento del corpo martoriato del giovane, il lobbista-columnist sosteneva che Giulio “è stato torturato e ucciso come segnale per colpire Matteo Renzi e l’Eni, considerati troppo attivi nel nuovo corso egiziano”. Barani si ispira al suo pezzo anche per il presunto intrigo di barbe finte. “Settori fuori controllo del Mukhabarat” ostili al generale Al Sisi vedono “di mal occhio la rafforzata amicizia tra Italia ed Egitto, perché sta relegando in secondo piano altri partner storici come Francia e Turchia”.

Amicizia, ammette Bisignani, rappresentata dalla fitta rete di rapporti economici che hanno come capofila il Cane a sei zampe, soprattutto dopo la scoperta del più grande giacimento di metano del Mediterraneo al largo delle coste egiziane: “Non è certo una coincidenza che il corpo di Regeni sia stato fatto trovare proprio il giorno della visita del ministro Federica Guidi al Cairo”.

La versione fornita dal faccendiere non spiega però i continui depistaggi sul caso (già evidenti quando scrisse l’articolo) e nemmeno la reticenza della giunta al potere nel fornire materiale investigativo ai pm italiani. Se Al Sisi fosse davvero vittima di un complotto avrebbe tutto l’interesse a fare emergere la verità per poi andare a colpire qualche avversario interno come i Fratelli musulmani.

Ma su questo punto Barani butta il cuore oltre l’ostacolo e arriva a giudicare inutile la richiesta degli investigatori italiani di entrare in possesso dei tabulati telefonici: “L’Egitto non può consegnare un milione di telefonate in arabo. La magistratura ci lavorerebbe 20 anni senza venire a capo di niente”.

Il capogruppo di Ala prende il pensiero di Bisignani e lo porta alle sue conseguenze più ciniche: dimentichiamoci di Giulio, del dolore dei suoi famigliari, della verità e ristabiliamo i rapporti con l’Egitto prima che qualcuno prenda il posto dell’Eni.

Nel libro-inchiesta Lo stato parallelo (Chiarelettere) di Andrea Greco e Giuseppe Oddo il Cane a sei zampe viene definito come un’entità capace di sviluppare un sistema di relazioni internazionali autonome rispetto al ministero degli Esteri. Come scrivono gli autori citando gli atti dell’inchiesta sulla P4, Bisignani considerava l’Eni “come il suo ente” e “le numerose intercettazioni telefoniche ne davano conferma”.

Acclarati anche i rapporti fra lui e il capo di Barani: Verdini. Il lobbista, in un altro articolo sul Tempo, ne celebra le doti: “Re del Parlamento che allunga la vita al premier”; “Fior di commercialista e anche uno storico fine”; “Uno dei pochi casi in politica che con la politica hanno perso moltissimo”. Ma soprattutto Verdini, nella versione di Bisignani, è un simpaticone che allieta le ore di Renzi a suon di interpretazioni dei grandi successi della musica italiana.

Difficile che non ci sia lo zampino di Denis nella sortita di Barani sulla televisione egiziana. Il senatore, auto-candidandosi come pontiere per ricucire le relazioni con l’Egitto, chiede a gran voce il ritorno del nostro ambasciatore al Cairo e si propone come come capofila della delegazione di imprenditori che visiterà il Paese quando l’orrore per la morte di Giulio sarà solo un pallido ricordo.

Nel frattempo il rais egiziano si è già dimenticato di essere il vero bersaglio dell’omicidio Regeni e si è smarcato dall’isolamento internazionale grazie a una serie di accordi commerciali stretti con Parigi e Riad. Il risultato è che la verità su Giulio è ancora più lontana. Pure senza l’aiuto di Barani.