A pochi giorni dal referendum anti-trivelle del 17 aprile, c’è ancora una domanda che non ha trovato una risposta chiara: se vince il ‘sì’ le piattaforme andranno chiuse appena scaduta la concessione anche se i giacimenti non sono ancora esauriti? Oppure, come ha sostenuto il presidente della Puglia Michele Emiliano in direzione Pd, i petrolieri potranno chiedere proroghe? Per governo, società e per il comitato a favore del ‘sì’ non ci sono dubbi: se vince il ‘no’ si andrà avanti fino all’esaurimento dei pozzi, se passa il ‘sì’ alla scadenza della concessione non sarà più possibile chiedere proroghe. Un convincimento maturato in seguito ai recenti pronunciamenti di Cassazione e Consulta sul quesito referendario ammesso. Eppure Emiliano fornisce un’altra interpretazione: con il ‘sì’ “ritornerebbe in vigore l’articolo 9 comma 8 della legge 9 del 1991”, che prevede proroghe “al fine di completare lo sfruttamento del giacimento”, ma solo dopo una serie di verifiche. “Oggi è il petroliere a decidere la durata della concessione – spiega a ilfattoquotidiano.it Emiliano – con una proroga eterna, che in Italia non ha pari in nessun altro settore, mentre la normativa del ’91 prevede processi di verifica molto più stringenti”. Stessa interpretazione anche per l’ex magistrato Gianfranco Amendola, esperto di normativa ambientale. Non la pensano così altri due tecnici sentiti da ilfattoquotidiano.it. Per il professore di Diritto costituzionale Stelio Mangiameli, che ha rappresentato le istanze delle 9 Regioni promotrici del referendum, “se passerà il ‘sì’ non ci saranno nuove proroghe, anche se la tesi di Emiliano non è campata in aria. Necessita, però, di un intervento legislativo ad hoc”. Più netto il parere di Leonardo Salvemini, professore di Diritto amministrativo presso l’Università statale di Milano: “Quella delle proroghe è una vicenda destinata a un lungo dibattito e per la quale in altri settori l’Italia è stata censurata dall’Europa: se vince il sì non sarà più possibile rilasciarle. Per l’Unione europea sono una violazione del principio del mercato e della concorrenza”.

LA TESI DI EMILIANO – Già in una nota diffusa dopo l’invito del premier Renzi all’astensione, il governatore della Puglia aveva espresso il suo punto di vista. Emiliano parte dal presupposto che nella legge di Stabilità il governo abbia concesso ai petrolieri una deroga sulle concessioni marine entro le 12 miglia fino alla vita utile del giacimento “affidando, quindi, un bene pubblico a soggetti privati”. E facendo un favore alle società. Secondo il governatore “se con il referendum si abroga quella parte della Stabilità, viene meno anche tale deroga e si torna alla legge precedente del ‘91, mai cancellata da quelle successive, a cominciare dallo Sbocca Italia”. Che, tra le altre cose, accorpava in un titolo unico le attività di ricerca e coltivazione, sino ad allora mantenute distinte. È proprio contro lo Sblocca Italia che dieci Regioni avevano depositato in Cassazione, a settembre, le 6 proposte di referendum, 5 delle quali cadute perché recepite nella Stabilità.

COM’È CAMBIATA LA DURATA DELLE CONCESSIONI – La nuova legge vieta tutte le attività entro 12 miglia, ma al contempo stabilisce che i titoli già rilasciati non abbiano più scadenza. Prima, invece, la normativa prevedeva che le concessioni di coltivazione avessero una durata di 30 anni (con una proroga di 10 e una o più di 5 anche fino all’esaurimento) e i permessi di ricerca una durata di 6 anni (con massimo due proroghe consentite di 3 anni ciascuna).

LA LEGGE DEL 1991 – Il 4 aprile alla direzione del Pd Emiliano ha ribadito il concetto. Ma se da un lato le società avrebbero la possibilità di chiedere di estendere le concessioni, “è anche vero che sarebbero rilasciate solo dopo attente verifiche, compresa la valutazione di impatto ambientale e con la partecipazione anche degli enti locali”. Lasciati nell’angolo dallo Sblocca Italia. “Il concessionario non potrebbe più fare quello che vuole, sarebbe controllato e lo Stato tornerebbe ad avere un ruolo che ad oggi ha rinunciato ad avere” spiega Emiliano. Che sottolinea: “Quella norma, tra l’altro, rispecchia la direttiva europea offshore che prevede controlli ogni 5 anni per i pozzi in fase finale, quando è necessario cioè alzare il livello di sicurezza”. La vittoria del ‘sì’ al referendum, dunque, per il governatore della Puglia “comporterebbe un netto miglioramento anche interpretandola come un ritorno alla vecchia norma e, quindi, alle proroghe”. Della stessa opinione l’ex magistrato Gianfranco Amendola, esperto di normativa ambientale: “Se passa il ‘sì’ potranno essere concesse delle proroghe, ma solamente dopo controlli approfonditi e una valutazione di impatto ambientale”. Indagini ad oggi non previste. E per i pozzi non produttivi, ad esempio, non ci sarebbe futuro.

PER GLI ESPERTI LE PROROGHE SONO ESCLUSE – Secondo Mangiameli non c’è pericolo: non si possono chiedere nuove proroghe per come è stato formulato il quesito del referendum. Lo escludono un’ordinanza della Cassazione e una sentenza della Consulta. Il 7 gennaio scorso, infatti, gli ermellini – accogliendo il 6° quesito proposto da 10 Regioni (oggi 9, l’Abruzzo si è ritirato) – hanno riconosciuto che il Parlamento non aveva soddisfatto l’intento referendario “diretto a limitare le attività di prospezione, ricerca e coltivazione entro le 12 miglia”, escludendo la possibilità di effettuare tali attività “anche mediante titoli abilitativi ancora in corso (con durata ancora non determinata) ed eventuali relative proroghe”. È del 19 gennaio, invece, la sentenza 17 della Consulta sul giudizio di ammissibilità del quesito. Nella quale si sottolinea che il testo, così come scritto dal costituzionalista Enzo Di Salvatore, persegue il “chiaro e univoco risultato di non consentire che il divieto stabilito nelle zone di mare in questione incontri deroghe ulteriori quanto alla durata dei titoli abilitativi già rilasciati”. Questa la linea condivisa dalle associazioni che fanno parte del comitato per il ‘sì’. Secondo Mangiameli “l’interpretazione di Emiliano non è azzardata, ma andrebbe accompagnata da un intervento normativo ad hoc, soprattutto sul fronte delle verifiche”. In parte previste nei singoli atti di concessioni e anche nella legge del 91 citata da Emiliano. Altra storia rispetto alla situazione attuale, dato che “con la legge di Stabilità si affida il pozzo ai privati creando le premesse per lasciare in piedi la struttura in mezzo al mare anche dopo lo sfruttamento”. Ancora più netta l’opinione di Salvemini: “L’Italia è già stata censurata sulla questione proroghe in altri settori”. Un esempio è quello “della proroga automatica della concessioni demaniali fino al 2020, contraria alla famosa direttiva europea Bolkestein”. Per l’Ue alla scadenza di un contratto deve esserci un nuovo bando per rispettare il principio del mercato e della concorrenza. “La proroga – spiega Salvemini – è illegittima perché non consente all’ente pubblico di accedere al mercato con dei prezzi migliori”. Unica deroga prevista: il periodo di tempo dalla scadenza della concessione all’esito di una nuova gara. E sulle proroghe per cui è già stata inoltrata richiesta, ma non ancora ottenute? Per Salvemini, sempre per il principio di concorrenza e mercato “se concesse sarebbero illegittime”. Ma la questione delle proroghe per le quali è già stata chiesta istanza è spinosa. Perché tra associazioni e addetti ai lavori ci si aspetta che le società chiedano conto delle procedure già avviate.

CONCESSIONI, PIATTAFORME E PRODUZIONE: COSA PUÒ CAMBIARE – Quante sono allora le concessioni, le proroghe e le piattaforme interessate dal referendum? Entro le 12 miglia ci sono nel complesso 92 impianti, 5 di supporto alla produzione, una testa di pozzo sottomarina, 48 piattaforme eroganti, 31 non eroganti e 8 non operative. Delle 48 eroganti, 39 estraggono gas e 9 petrolio. La consultazione non riguarda né le concessioni sulla terraferma, né quelle oltre le 12 miglia marine. E neppure nuove concessioni entro le 12 miglia, che già sono vietate dalla legge. Secondo i dati del ministero per lo Sviluppo Economico sono 44 le concessioni già rilasciate per aree che si trovano entro le 12 miglia dalla costa. E sono 26 quelle produttive: 17 inizieranno a scadere dal 2017 (l’ultima nel 2027). Queste concessioni nel 2015 hanno prodotto il 2,1% dei consumi di gas (relativi al 2014) e lo 0,8% di quelli di petrolio. Il dubbio sorge, però, per le concessioni scadute per le quali le società hanno già inoltrato apposita richiesta. Si tratta di 9 concessioni attraverso le quali nel 2015 è stato prodotto l’1,1 per cento dei consumi di gas.